buon pomeriggio

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poi ti chiedi se vale davvero la pena

Beirut, Libano, 4 agosto

Giacometti Biennale di Venezia 1962

Giacometti
Biennale di Venezia 1962

Anna Masutti è un'infermiera, è una mamma, è la mamma di una figlia lesbica. Il suo nome è Maddalena, oggi di anni ne ha 18 ma solo l'11 ottobre del 2017 ha conosciuto il giorno della sua liberazione: il coming out, l'inizio della sua vita...

Anna Masutti è un’infermiera, è una mamma, è la mamma di una figlia lesbica. Il suo nome è Maddalena, oggi di anni ne ha 18 ma solo l’11 ottobre del 2017 ha conosciuto il giorno della sua liberazione: il coming out, l’inizio della sua vita vera.

Perché prima di allora, quella di Maddalena non era davvero la sua vita né tantomeno quella che sognava: veniva derisa dai compagni e dalle compagne di scuola, in classe era emarginata e il prete del paese tentò persino di rieducarla, di “riparare” il suo orientamento sessuale.
Tutto questo perché, fin da piccola, Maddalena amava vestirsi “da maschio” e anche a Carnevale, come raccontato dalla madre a la Repubblica, “il suo costume era quello di Zorro invece che quello da principessa: ma se lei era felice così, lo eravamo anche noi”.

Una felicità, però, destinata a scomparire presto, già intorno ai 10 anni Maddalena ha iniziato a spegnersi, giorno dopo: “La mia bambina da un giorno all’altro inizia a sfiorire. Non mangia più, non vuole più vedere gli amici, vive con il cappuccio della felpa in testa. La prendevano in giro perché faceva il maschio. Nessuno ha capito che il suo dolore nasceva dal sentirsi diversa. E guardata e giudicata male perché strana, fuori dai canoni”.

Ed è proprio in qualità di madre che Anna Masutti, oggi, chiede che il Parlamento non resti più a guardare, che intervenga, che approvi la legge contro l’omotransfobia e la misoginia, per il bene non solo di sua figlia ma dei figli di tutte e di tutti: “Oggi mia figlia è felice ma le aggressioni contro gay e lesbiche sono continue, anche se pochissimi denunciano. Sono nati dei veri gruppi di odio contro i nostri ragazzi. A volte, mi dice Maddalena, faccio finta di essere etero per non dare spiegazioni. La strada è ancora lunga”.

E questa strada, care Anna e Maddalena, la percorreremo insieme, fianco a fianco. E non ci fermeremo finché questo cammino per l’uguaglianza non sarà completato.

Alessandro Zan

Tu invece mi sa che ti mangeresti i migranti con tutto il barcone. vento ribelle

Tu invece mi sa che ti mangeresti i migranti con tutto il barcone.

vento ribelle

Italia, 1995 «Me la ciula! Me la ciula!» Un disperato Massimo Boldi, nel film “Vacanze di Natale ‘95”.

Italia, 1995
«Me la ciula! Me la ciula!»
Un disperato Massimo Boldi, nel film “Vacanze di Natale ‘95”.

Nico Conti

Di Maio e Di Stefano alla Farnesina: non ci resta che piangere. O indignarci

di Umberto De Giovannangeli

No, il correttore non ha colpa. Provare per credere: battete Libano. Non verrà corretto in Libia. Scrivete libanesi, non viene trasformato in libici. O viceversa. No, il correttore malandrino non c’entra proprio niente nella maldestra uscita virtuale del sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano. C’entra, eccome se c’entra, l’ignoranza. Ma il buon, si fa per dire, Manlio, può dormire sonni tranquilli. Non sarà certo il suo capo, alla Farnesina e nei 5 Stelle, a poterlo mettere dietro la lavagna: perché cosa avrebbero dovuto fare a lui, Luigi Di Maio, il ministro degli Esteri che colloca Augusto Pinochet in Venezuela e la Russia nel Mediterraneo?!

Dilettanti allo sbaraglio. Dilettanti e pure asini. Ecco a chi è in mano la nostra politica estera. La vicenda dell’asino Manlio è nota: In un tweet scritto dopo le forti esplosioni a Beirut, capitale del Libano, manda un abbraccio “ai nostri amici libici”, scatenando le critiche degli utenti. Poi si accorge dell’errore e corregge scrivendo “libanesi”. “Grandissimo sottosegretario agli esteri poi magari impara la geografia!“, ribatte un utente. E l’esponente M5S risponde alle critiche ricevute: “C’è poco da scherzare con queste cose, ho sbagliato a scrivere, i morti invece restano, fenomeni”. Molto dura la replica dell’ex cinquestelle Luis Orellana, tra i primi epurati dal Movimento.

“Molti hanno fatto ironia sul tuo errore perché talvolta si sceglie di ridere per non piangere avendo te al Governo. Anche in questa tua replica sei vergognoso: attacchi chi ti critica, bastava solo chiedere scusa per l’errore fatto ma il tuo ego smisurato non te lo consente”..Smisurato quanto la sua ignoranza, nel senso latino del termine. E si che da sottosegretario agli Esteri, Di Stefano ha la delega all’Asia. Ma Di Stefano ne deve fare di strada asinesca per competere con “Giggino”.

Da Pinochet in Venezuela al presidente cinese Ping Lo scivolone più noto rimane quello compiuto nel 2016, con un post su Facebook in cui le critiche a Matteo Renzi chiamavano in causa Augusto Pinochet: il dittatore, però, per Di Maio si era trasferito dal Cile al Venezuela. “Mi prendo tutte le responsabilità” Un lapsus, corretto dopo 10 minuti”, disse Di Maio.

una svista che che non è sfuggita ai tanti commentatori su Facebook: … “Io, laureato con lode, master in critica giornalistica, esperienze lavorative pregresse importanti, stipendio 1000 euro al mese. Di Maio: senza laurea, senza master, vendeva bibite al San Paolo, stipendio €€€ Ahimè, povera Italia”.

…A novembre 2018, durante la visita in Cina, Di Maio tiene un discorso a Shanghai, durante l’International Import Expo. “Ho ascoltato con molta attenzione il discorso del presidente Ping”, dice il grillino, proponendo una versione non corretta del nome del presidente cinese. Finisce qui? Macché. A febbraio dello scorso anno, mentre la Francia era infiammata dalle proteste dei gilet gialli, Di Maio -con Alessandro Di Battista- è volato in terra transalpina per incontrare uno dei leader del movimento, Christophe Chalencon. Il “salto in Francia” dei due big grillini, visto in particolare il ruolo istituzionale di Di Maio, crea tensione tra Parigi e Roma. Per fare chiarezza, scrive Di Maio su Facebook l’8 febbraio, il capo politico del M5S invia una lettera a Le Monde e a tutti i francesi: nella missiva, si fa riferimento alla “tradizione democratica millenaria” della Francia. La Rivoluzione, però, è datata 1789.

La Francia di Napoleone, in Russia, ci lasciò le penne. A Di Maio, quantomeno dal punto di vista della reputazione, è successa una cosa simile. Qualcuno, su Twitter, si è divertito a pubblicare l’estratto di un intervento in cui il leader grillino mostrava le sue scarse conoscenze di geografia definendo la Russia “un Paese del Mediterraneo”.

Basta così, per carità di patria. Di Maio, Di Stefano: non ci resta che piangere. O indignarsi, se ne siamo ancora capaci.

Il 52,2% dei follower di Giorgia è falso. Il restante 47,8% - data la foto profilo in ultra Photoshop - crede invece di seguire Meg Ryan. A parte gli scherzi, tutta la misera umana dei nazional/sovranisti è in questo dato. Perché sono incapaci di...

Il 52,2% dei follower di Giorgia è falso.
Il restante 47,8% – data la foto profilo in ultra Photoshop – crede invece di seguire Meg Ryan.
A parte gli scherzi, tutta la misera umana dei nazional/sovranisti è in questo dato.
Perché sono incapaci di essere onesti, anche e soprattutto sui social.

Fabrizio Del Prete

“Il Covid non esiste: niente distanze. Se tuo figlio è malato tienitelo in casa”. Questa brutale risposta è stata data in spiaggia, in Toscana, da due donne ad una mamma di un bambino uscito da un trapianto. Lei aveva solo chiesto il rispetto delle...

  1. “Il Covid non esiste: niente distanze. Se tuo figlio è malato tienitelo in casa”.
    Questa brutale risposta è stata data in spiaggia, in Toscana, da due donne ad una mamma di un bambino uscito da un trapianto. Lei aveva solo chiesto il rispetto delle regole, e queste persone l’hanno aggredita con quella che è stata definita come una cattiveria unica. A muso duro proprio.
    E meno male che sono intervenuti altri bagnanti a proteggere la donna e il piccolo.
    Allora con tutto il cuore: che le prendano e gliela facciano pagare a norma di legge. Perché con certa gente ci vuole tolleranza zero.
    Ah, per la cronaca: questi son gli effetti di chi, da mesi, va in giro sbavando su teorie complottiste varie. Perché gli imbecilli (scusate il termine) non aspettavano altro che qualcuno desse loro il via. E così, ora che son liberi, a pagarne le conseguenze sono i più fragili.

    Leonardo Cecchi

    Cappellov
    “Questo Paese ha bisogno di regole, ordine e disciplina, no al caos". “Se sputi, dai un calcio o tiri un sasso a un poliziotto o a un carabiniere, vai in galera". Ok, Matteo, stavolta mi hai convinto. Hai ragione tu. Basta al caos: ORDINE E...

    “Questo Paese ha bisogno di regole, ordine e disciplina, no al caos”.
    “Se sputi, dai un calcio o tiri un sasso a un poliziotto o a un carabiniere, vai in galera”.
    Ok, Matteo, stavolta mi hai convinto.
    Hai ragione tu.

    Basta al caos: ORDINE E DISCIPLINA, come diceva la buonanima, poche storie!
    Chi alza un dito contro un poliziotto o un carabiniere deve filare in carcere senza passare dal via.
    E a questo punto, visto che finalmente siamo d’accordo, se mi permetti vorrei segnalarti il caso di due uomini che hanno non solo insultato, ma anche aggredito dei poliziotti, in passato, che inspiegabilmente non sono finiti in galera.

    Il primo, nel 1996, fu condannato a 4 mesi e 20 giorni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale.
    Dei poliziotti erano stati mandati a perquisire la sede del suo partito, a Milano.
    E questo non solo li insultò, ma tentò addirittura di MORDERE IL POLPACCIO di un agente.
    Purtroppo, però, per colpa di una legge buonista, non scontò un solo giorno di carcere.
    Una vergogna, Matte’, inutile dirlo.

    Il secondo, invece, nel 1999, fu condannato a 30 giorni di carcere per oltraggio a pubblico ufficiale.
    In quell’occasione, lanciò delle uova contro le forze dell’ordine.
    Se la prese con dei poliziotti che facevano solo il loro dovere, presidiando il comizio di un politico che non piaceva a questo incivile.
    E anche lui, per colpa di una magistratura sinistrata che tutela questo genere di violenti senza rispetto, non finì neanche un giorno di galera.
    Come dici? È una vergogna?
    Siamo d’accordo, Matte’: è uno schifo.

    Anzi, ti dirò di più: entrambi i teppisti in questione, poi, sono addirittura diventati ministri della Repubblica.
    Pazzesco, siamo davvero in mano a un sistema marcio che protegge i criminali e volta le spalle agli eroici carabinieri e poliziotti che rischiano la vita per noi.

    I due violenti in questione si chiamano Roberto (detto “Bobo”) Maroni (quello che cercò di azzannare la gamba al poliziotto) e Matteo (detto “Capitan Disagio”) Salvini (quello che lanciò le uova ai poliziotti).
    Segnati questi due nomi, perché quando finalmente ripristineremo l’ORDINE e la DISCIPLINA, subito dopo aver spezzato le reni alla Grecia, faremo assaggiare un po’ del nostro olio di ricino a quei due nemici della Patria.
    A noi!

    Emiliano Rubbi

    Manuela Dejoannon

    Manuela Dejoannon

    Suicida a 14 anni, respinto dall'Europa: si chiamava Ali e sognava di fare il medico Ali Ghezawi aveva 14 anni, e sognava di fare il cardiologo. Sognava, perché non lo sarà mai: si è tolto la vita, all'interno di un centro per famiglie del Limburgo,...

    Suicida a 14 anni, respinto dall’Europa: si chiamava Ali e sognava di fare il medico

    Ali Ghezawi aveva 14 anni, e sognava di fare il cardiologo. Sognava, perché non lo sarà mai: si è tolto la vita, all’interno di un centro per famiglie del Limburgo, in Olanda. Si è ucciso perché non poteva farcela più: era in fuga da nove anni, fin da quando lui e la sua famiglia erano scappati da Daraa, in Siria. Scappavano dalla guerra e dalla fame, lui insieme ai genitori e i cinque fratelli e sorelle. Sono fuggiti in Libano, dove hanno vissuto in un campo profughi, e poi hanno ottenuto l’asilo in Spagna.

    Tuttavia, la delusione per le condizioni di vita e la mancanza di lavoro nel Paese iberico, a Murcia, avevano spinto la famiglia in Olanda, dove però, in base alla normativa Ue, la loro richiesta di protezione era stata respinta. Così era iniziato un nuovo calvario per Ali e la sua famiglia, rimbalzati da un Paese europeo ad un altro.

    Tornati in Spagna, i Ghezawi erano stati invitati ad andarsene, a causa dei documenti scaduti, e una volta rientrati nei Paesi Bassi, si erano visti rifiutare di nuovo il permesso di soggiorno. “Quando abbiamo saputo che non potevamo rimanere in Olanda ad Ali è scattato qualcosa dentro”, ha detto Aisha. “Non voleva più parlare o mangiare”. Ali aveva già tentato il suicidio lo scorso anno, ma l’intervento del padre lo aveva salvato. Ieri invece Ali è riuscito nel suo disperato intento, così oggi il piccolo siriano che voleva diventare un medico è stato sepolto, nello strazio della famiglia.

    globalist

    Fabrizio Delprete

    Mascherina obbligatoria - Manuela Dejoannon

    Mascherina obbligatoria
    – Manuela Dejoannon

    Ha votato la fiducia al governo Monti. Ha sostenuto e approvato il Salva Italia. Ha sostenuto e approvato il trattato europeo di Lisbona. Ha sostenuto e approvato l'accordo di Dublino sui migranti. Ha votato la Legge Fornero. Ha votato lo scudo...

    Ha votato la fiducia al governo Monti.

    Ha sostenuto e approvato il Salva Italia.

    Ha sostenuto e approvato il trattato europeo di Lisbona.

    Ha sostenuto e approvato l’accordo di Dublino sui migranti.

    Ha votato la Legge Fornero.

    Ha votato lo scudo fiscale e tutti i condoni per salvare gli evasori dalla galera.

    Ha votato il Lodo Alfano, il Legittimo Impedimento e tutte le leggi ad personam per salvare Berlusconi (che vorrebbe senatore a vita) dalla galera.

    Ha votato Ruby nipote di Mubarak.

    Ha nel partito nostalgici del Duce, capibastone assortiti e gigli in fior come La Russa e Santanché.

    Ha un passato politico quasi trentennale (benché giovane, ma nella vita non ha fatto altro) oltremodo imbarazzante e colpevole: di sicuro fino al 2011, di sicuro durante e dopo il lockdown.

    Eppure ancora parla, anzi urla, e ha il coraggio di dare lezioni politiche agli altri, dall’alto di non si sa bene cosa, parlando (anzi urlando) alla pancia del paese e titillando troppo spesso gli istinti peggiori degli elettori (per esempio su temi come famiglia e immigrazione). E cresce pure nei sondaggi.

    Ormai in questo paese vale tutto. È davvero tutto fantastico.

    Andrea Scanzi

    Lucillola

    ui è Giuliano Felluga. È (era) responsabile della Protezione civile di Grado, in provincia di Gorizia. Il suo problema è (era) sedare la rivolta scoppiata ieri all'interno dell'ex caserma Cavarzerani di Udine, dove 400 migranti hanno dato il via a...

    ui è Giuliano Felluga. È (era) responsabile della Protezione civile di Grado, in provincia di Gorizia.
    Il suo problema è (era) sedare la rivolta scoppiata ieri all’interno dell’ex caserma Cavarzerani di Udine, dove 400 migranti hanno dato il via a disordini contro la decisione del sindaco leghista, Pietro Fontanini, di tenerli in quarantena.
    Felluga, forte di una conoscenza grammaticale da sottosviluppo spunto, ha proposto una sobria soluzione nazista: “Non preoccupatevi stiamo organizzando gli squadroni della morte e nel giro di due giorni riportiamo la normalità… Quattro taniche di benzina e si accende il forno crematorio, così non rompono più”.
    La Protezione Civile lo ha (ovviamente) sospeso, ma qui ormai il problema è nazionale. E morale. È in atto un pericolosissimo incancrenimento fatto di ignoranza, violenza, razzismo e fascismo. E una parte (quella peggiore) di destra italiana soffia su questo fuoco vile e vomitevole, come conferma anche la continua rumenta che si legge sui social.
    Siamo messi male. E se questi andranno al governo, sarà il disastro.

    Andrea Scanzi

    “Se il virus tornerà sapremo con chi prendercela” dicono oggi i sovranisti riferendosi a immigrati e governo. Facciamo allora due conti. I dati appena resi noti dell’indagine seriologica condotta da Istat, Ministero della Salute e Croce Rossa hanno...

    “Se il virus tornerà sapremo con chi prendercela” dicono oggi i sovranisti riferendosi a immigrati e governo.

    Facciamo allora due conti.
    I dati appena resi noti dell’indagine seriologica condotta da Istat, Ministero della Salute e Croce Rossa hanno rilevato che il numero di persone che ha contratto il coronavirus in Italia è, in realtà, 6 volte la cifra accertata con i tamponi.
    Quindi non 260mila, bensì 1,5 milioni di persone.

    Ovvero, per ogni persona infetta rilevata col tampone (perché magari ha avuto sintomi) ce ne sono state 6 asintomatiche che hanno avuto il coronavirus, sono state contagiose, ma non lo hanno mai saputo.
    Questo vuol dire che da mesi, anche dopo il lockdown, decine se non centinaia di migliaia di italiani asintomatici, sono andati e vanno in giro con il virus addosso, senza nemmeno saperlo.
    Rischiando, inconsciamente, di contagiarne altri.

    In questi stessi due mesi, con questa impressionante mole di mine vaganti, un politico ha tenuto ogni giorno assembramenti in ogni angolo d’Italia.
    Centinaia se non migliaia di persone a cui ovviamente nessuno faceva test o tamponi all’ingresso, ma a cui lui stringeva e baciava mani, passava cellulari, toccava il viso.

    Ora.
    Quanti sono gli italiani attualmente positivi al virus e quindi potenzialmente contagiosi?
    Sono 12.482. Si tratta di cittadini a cui è stato fatto il tampone e che ora si trovano in isolamento o in ospedale.
    Ma abbiamo anche detto che per ogni positivo accertato e in isolamento, ce ne sono almeno altri 6 che sono positivi senza saperlo.

    E quindi, oggi, abbiamo circa 50mila italiani positivi che vanno in giro inconsapevoli di essere potenzialmente contagiosi.
    Magari pure ai comizi.
    Ripeto: 50mila.
    Sapete quanti sono, tra i 6mila sbarcati a luglio, quelli risultati attualmente positivi? In realtà di preciso non lo sa nessuno, ma indicativamente parliamo dell’1,5%. Quindi appena alcune decine di persone.
    Ma esageriamo: facciamo centinaia.

    Ebbene, secondo voi a cosa dovremo una eventuale seconda ondata?
    Ai 50mila italiani positivi che nemmeno sanno di esserlo e vanno comprensibilmente in giro, in discoteca e ai comizi?
    Ovviamente no.

    Sarà tutta colpa dei migranti.
    Che, a differenza di quanto avviene per i comizi, appena sbarcano vengono sottoposti a test e/o tampone, quindi individuati, isolati e controllati. O di qualcuno di loro che riesce a fuggire.
    In fondo si sa: un solo africano contagia più di 50mila italiani.
    E’ scienza.

    Emilio Mola

     

Chiamiamo libero colui che esiste per se stesso

TANTO PER RICORDARE…

…” L’unico errore di Mussolini fu quello di allearsi con Hitler”….

E la marcia su Roma;

e l’assalto di Palazzo d’Accursio;

e l’olio di ricino;

e il confino per oppositori politici, per gli intellettuali, per gli slavi e per gli omosessuali;

e lo squadrismo;

e le redazioni dei giornali date alle fiamme;

e la soppressione della libertà di stampa;

e il certificato di “buona condotta politica” per potersi iscrivere all’Ordine dei giornalisti;

e le leggi razziali;

e i campi di concentramento italiani;

e la deportazione degli ebrei;

e le spedizioni contro le camere del lavoro, contro le case del popolo e contro le leghe agrarie;

e l’assassinio di Giacomo Matteotti;

e l’omicidio dei Fratelli Rosselli;

e l’assassinio di don Giovanni Minzoni;

e la prigionia di Antonio Gramsci;

e i pestaggi su Piero Gobetti e Giovanni Amendola;

e gli schiaffi ad Arturo Toscanini;

e la persecuzione di militanti, parlamentari, dirigenti comunisti, socialisti, azionisti, popolari, repubblicani, liberali;

e l’istituzione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato;

e l’introduzione della pena di morte per gli oppositori politici;

e il progetto totalitarista;

e il controllo dei testi scolastici;

e il giuramento di fedeltà al regime imposto agli insegnanti;

e l’abolizione dei sindacati;

e l’abolizione del diritto di sciopero;

e la soppressione del Parlamento;

e l’eliminazione dei partiti politici (eccetto uno);

e la Camera dei fasci e delle corporazioni;

e il Gran Consiglio del fascismo;

e l’invasione della Grecia;

e l’invasione dell’Albania;

e l’invasione della Jugoslavia;

e l’uso delle armi chimiche in Etiopia;

e i 12.000 cirenaici giustiziati;

e i 30.000 civili bruciati vivi, impiccati, ammazzati di botte, fucilati nel massacro di Addis Abeba;

e la deportazione nei campi di concentramento di migliaia e migliaia di libici, eritrei, somali, etiopi, sloveni;

e la complicità nella strage di Marzabotto;

e l’eccidio dei fratelli Cervi;

e la complicità nell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema;

e la complicità nel massacro di Montesole;

e la Repubblica di Salò;

e… mi fermo qui perché mi è rimasto solamente il 30% di carica alla batteria dello smartphone

Dalla pagina di M. Camaioni (fb)

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buon pomeriggio

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ero sull’orlo di una giornata felice

 

Yazidi, sei anni dopo le ferite del genocidio non si chiudono
Oggi è il sesto anniversario dell’inizio del genocidio degli yazidi. In pochi giorni, dal 3 agosto 2014, il gruppo armato autodenominato Stato islamico fece letteralmente terra bruciata...

Yazidi, sei anni dopo le ferite del genocidio non si chiudono

Oggi è il sesto anniversario dell’inizio del genocidio degli yazidi. In pochi giorni, dal 3 agosto 2014, il gruppo armato autodenominato Stato islamico fece letteralmente terra bruciata nel nord dell’Iraq.

Con le forze irachene in ritirata, quelle curde prese di sorpresa e prive di reazione, vennero uccise almeno 3.100 persone, per lo più uomini in età da combattimento. Altre 6.800, in larga maggioranza donne e bambini, furono rapite e trasferite in Siria per essere obbligate a combattere, ridotte in schiavitù sessuale, date in premio a qualche comandante, vendute e comprate e tenute in ostaggio a scopo di riscatto.

In un rapporto pubblicato alla vigilia dell’anniversario, intitolato “L’eredità del terrore”, Amnesty International ha denunciato che quasi 2000 minorenni yazidi, riuniti alle loro famiglie dopo essere stati fatti prigionieri dallo Stato islamico, stanno affrontando una crisi di salute mentale e fisica senza precedenti.

Molti sopravvissuti alla prigionia hanno ancora ferite debilitanti a lungo termine, malattie o menomazioni fisiche. Le condizioni di salute mentale variano dallo stress post-traumatico all’ansia fino alla depressione. I sintomi e i comportamenti vanno dalle condotte aggressive ai flashback, dagli incubi alla sociopatia fino ai repentini cambiamenti di umore.

Tre sono in particolare i gruppi più vulnerabili tra i sopravvissuti al genocidio: gli ex bambini soldato, le bambine sottoposte a violenza sessuale e le donne separate dai figli nati dallo stupro.

Migliaia di bambini yazidi rapiti dallo Stato islamico vennero ridotti alla fame, torturati e costretti a combattere. Furono anche sottoposti a un’intensa propaganda e all’indottrinamento religioso allo scopo di cancellare la loro identità, il loro nome e la loro lingua. Al loro rientro, sono stati spesso isolati dalle comunità e dalle famiglie, che non riescono pienamente a comprendere l’esperienza trascorsa durante la prigionia.

Le bambine e le ragazze yazide hanno subito ogni forma di violenza, compresa quella sessuale, nelle mani dello Stato islamico. Molte di loro hanno problemi di salute, tra cui fistole e cicatrici oltre alla difficoltà di rimanere incinte e di portare a termine una gravidanza. Un medico intervistato da Amnesty International ha dichiarato che quasi ogni paziente tra i 9 e i 17 anni che ha curato era stata stuprata o sottoposta ad altre forme di violenza sessuale.

Infine, c’è la crudele situazione delle donne con figli nati a seguito della violenza sessuale.(…) Diverse donne intervistate da Amnesty International hanno dichiarato di essere state forzate, costrette o persino ingannate ad abbandonare i loro figli, cosa che ha provocato in loro un forte stato d’angoscia. Alcune di loro hanno persino ricevuto rassicurazioni che “più tardi” avrebbero potuto incontrare i loro figli o riunirsi a loro. Nessuna di loro, in realtà, ha contatti coi figli e ha paura di parlare all’interno della comunità del desiderio di riunirsi con i figli, temendo ritorsioni.

Amnesty International ha sollecitato le organizzazioni internazionali quali l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati a velocizzare le operazioni di reinsediamento o ricollocamento per motivi umanitari delle donne e dei loro figli, con l’aiuto delle autorità nazionali irachene e di altri governi.

di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia

Maruro tribe
Brasil
(Manuela Dejoannon)

Maruro tribe
Brasil
(Manuela Dejoannon)

la ragazza, lo sconosciuto ed i biscotti…
Nella sala d’attesa di un grande aeroporto una ragazza che apettava il suo volo, sapendo di dover attendere a lungo, decise di comprare un libro per non annoiarsi.
Per godersi meglio la lettura, comprò anche...

la ragazza, lo sconosciuto ed i biscotti…

Nella sala d’attesa di un grande aeroporto una ragazza che apettava il suo volo, sapendo di dover attendere a lungo, decise di comprare un libro per non annoiarsi.

Per godersi meglio la lettura, comprò anche un pacchetto di biscotti ed andò nella sala vip per poter stare più tranquilla.

Si sedette: accanto a lei c’era la sedia con i biscotti, dall’altro lato un signore che stava leggendo il giornale.

Quando prese il primo biscotto notò con suo grande disappunto che anche l’uomo accanto a lei ne aveva preso uno: si sentì profondamente indignata ma, per quieto vivere, preferì non dire nulla.
Continuò a leggere il suo libro ma in realtà rimuginava sul fatto che se avesse avuto un po’ più di coraggio, gliene avrebbe dette quattro… e magari gli avrebbe anche assestato un bel pugno in faccia, a quel grandissimo maleducato !!!

Nel frattempo, ogni volta che lei prendeva un biscotto, l’uomo accanto a lei faceva altrettanto.
Continuarono così finchè nel pacchetto non rimase solo un biscotto: la ragazza esitò un istante, curiosa di vedere fino a che punto si spingeva l’arroganza di quell’uomo.
Contrariamente ad ogni sua aspettativa, l’uomo prese l’ultimo biscotto e lo divise a metà, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Questo era veramente troppo!!!
La ragazza, indignata, si mise a sbuffare, raccolse in fretta e furia tutte le sue cose, il suo libro, la borsa e si incamminò verso l’uscita della sala d’attesa.

Quando, sbollita un po’ l’ira, cominciò a sentirsi un po’ meglio, si sedette su una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l’attenzione ed evitare altri dispiaceri.
Chiuse il libro e aprì la borsa per infilarlo dentro quando… si avvide che il pacchetto di biscotti era ancora intatto al suo interno.

Il viso le si arrossò immediatamente per la vergogna, e solo allora si rese conto del fatto che il pacchetto dei biscotti che aveva mangiato apparteneva all’uomo seduto accanto a lei, e che costui lo aveva condiviso spontaneamente con lei, senza sentirsi indignato, nervoso o superiore, senza sbuffare nè sentirsi ferito nell’orgoglio.

(Elogio alla Follia)

Altan

ITALIA “CLANDESTINA”
Un gruppo di italiani arrivati in Libia senza visto sono stati respinti alla frontiera dai solerti doganieri libici.
“siete dei clandestini tornatevene a casa”
Ma la cosa ridicola é che il gruppetto non era di turisti in...

ITALIA “CLANDESTINA”

Un gruppo di italiani arrivati in Libia senza visto sono stati respinti alla frontiera dai solerti doganieri libici.
“siete dei clandestini tornatevene a casa”
Ma la cosa ridicola é che il gruppetto non era di turisti in canottiera e infradito, ma di soldati con tanto di uniformi, gradi, e bandiera tricolore al seguito.

Dovevano rimpiazzare una parte dei 400 militari italiani di stanza a Misurata con il compito di proteggere l’aeroporto e l’ospedale da campo da noi allestito ed ovviamente pagato.

Buttati fuori e rimpatriati.
Ci sarebbe da ridere se non fosse per la tragica figura del nostro Esercito, messo alla porta da due impiegati statali, spalleggiati ovviamente dai soldati di Tripoli con i quali siamo alleati.
Questo evidenzia quanto pesa la nostra immagine in Libia, il nostro valore non tanto militare ma politico.

Non era mai capitata una cosa simile a nessun Esercito nel mondo. Siamo i primi ad essere respinti dai nostri stessi (presunti) alleati.
Non vedo l’ora di sentire le dichiarazioni del Ministro della Difesa e di quello degli Affari Esteri.

Claudio Khaled Ser

Walter Leoni - Totally Unnecessary Comics

Klåus

Cosa pensi che la gente si scorda…
(Rodolfo Menghini)

Cosa pensi che la gente si scorda…
(Rodolfo Menghini)

Giorni fa il premier Conte e alcuni esponenti del governo, oltre al Presidente della Camera Fico, si sono improvvisati percussionisti per un’iniziativa benefica sul tema della disabilità e dell’autismo.
Dopo poche ore, quelle immagini sono state...

  1. Giorni fa il premier Conte e alcuni esponenti del governo, oltre al Presidente della Camera Fico, si sono improvvisati percussionisti per un’iniziativa benefica sul tema della disabilità e dell’autismo.

    Dopo poche ore, quelle immagini sono state usate dalla Lega per mettere in ridicolo Conte e il governo, come se si stessero divertendo nel pieno di un’emergenza (emergenza che, peraltro, per i leghisti non esiste…).

    Una fake news in piena regola – l’ennesima – che non si prende gioco solo di qualche ministro, ma di tutte quelle persone che lottano ogni giorno per sensibilizzare su temi così seri e importanti.

    La risposta di Fiorella Mannoia alla “Bestia” è la sola possibile, l’unica che ti esce fuori di fronte a una tale schifezza.

    “Miserabili.” Come altro li vuoi chiamare?

    L.Tosa

    Grosseto, Mamady a 25 anni preso a cazzotti in spiaggia: “Mi hanno detto voi negri andatevene”
Preso a cazzotti e insultato in spiaggia a causa del colore della sua pelle. Arriva da Castiglione della Pescaia, in provincia di Grosseto, l'ultimo...

    Grosseto, Mamady a 25 anni preso a cazzotti in spiaggia: “Mi hanno detto voi negri andatevene”

    Preso a cazzotti e insultato in spiaggia a causa del colore della sua pelle. Arriva da Castiglione della Pescaia, in provincia di Grosseto, l’ultimo episodio di violenza e razzismo. Protagonista è un ragazzo di origine senegalese di 25 anni, Mamady Dabakh Mankara, che da quattro anni vive in Italia e da oltre 12 mesi lavora in una onlus di Grosseto, la Fondazione Sole, che si occupa di giovani disabili.

    Secondo quanto riporta la stampa locale, Mamady si trovava sabato scorso al mare presso l’ex bagno Marystella quando, dopo aver posato il suo telo sotto un gazebo per stare un po’ all’ombra, è stato apostrofato con insulti razzisti da un vicino, che si trovava lì insieme al figlio di 7 anni e il resto della famiglia, e invitato ad andare via. La situazione è poi degenerata dal momento che l’uomo lo ha colpito con due cazzotti che hanno provocato ferite giudicate guaribili in una settimana.

    “Mi ha detto: negro qui non ci puoi stare. Voi venite a violentare le nostre donne, andatevene”, ha raccontato il 25enne, che ha poi continuato: “Mi ha detto e mi ha tirato un pugno in faccia. Io ho cercato di reagire, sono intervenute altre persone e ci hanno separato, io mi stavo a quel punto allontanando quando è arrivato un suo amico e anche lui mi ha colpito”, dicevano “voi negri che venite qui a violentare le bambine”. A quel punto Mamady è caduto per terra e sono stati chiamati i carabinieri. “Il figlio di quell’uomo, un bambino di 7-8 anni diceva al padre di calmarsi che tutti potevano stare sulla spiaggia”.

    Dopo l’intervento dei militari che hanno identificato tutti, secondo il racconto del ragazzo, “quell’uomo mi si è avvicinato e mi ha detto, dai facciamo pace, ti porto a pranzo…Ma per me questo è ancora più offensivo, lo trovo umiliante”. Ha poi annunciato che provvederà a presentare denuncia. Condanna dell’episodio è arrivata anche dalla Fondazione Sole, presso cui lavora Mamady. “È con noi da più di due anni – si legge su un post pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale della cooperativa -. Prima per il servizio civile, poi come operatore. Noi siamo tutti con lui e ci vergogniamo per quegli schifosi razzisti che lo hanno aggredito ieri a Castiglione della Pescaia. Che vanno isolati e puniti. Perché non ci può essere alcuna tolleranza con gl’intolleranti”.

    di Ida Artiaco
    www.fanpage.it/

Il buon padre di famiglia oggi è riuscito a dedicare un’anonima riga di testo alla strage di Bologna, ma ben tre foto e post sulle biglie da spiaggia, la granita e la pesca.

Ma sapete cosa penso? Che la cosa che fa più tristezza non è che Salvini non abbia speso qualche parola sulla strage di Bologna perché convinto di chissà quale idea complottista. Ma figuriamoci. Non l’ha fatto perché tutto sommato ai suoi non interessa. Nella macchinina elettronica di Morisi dedita a capire di cosa parlare per prender voti, evidentemente l’eccidio di decine di persone, tra cui una bambina di 3 anni, era in fondo alla lista. Un valore medio-basso magari, quindi si dai una riga facciamola. Ma vuoi mettere le biglie e le granite? Cavolo quelle piacciono, sono in trend. Meglio quelle.

Ma ecco, mi chiedo: che politica è questa? Chissà, forse un giorno ci faranno un libro: “La politica delle biglie: quando una granita valeva più della strage di Bologna”.

E, me lo auguro davvero, speriamo che questo libro venga scritto e stampato presto. E che venga archiviato come “storia”. Di quelle da ricordare per far sì che non si ripetano più.

Leonardo Cecchi

“Ero in cassa ma l’azienda mi ha chiesto di lavorare. Ma non potevo rifiutarmi di lavorare, dopo la richiesta diretta di un superiore. Alla terza volta che lo fai, sai che l’azienda ne terrà conto quando si parlerà di contratti".
Giorno dopo giorno,...

“Ero in cassa ma l’azienda mi ha chiesto di lavorare. Ma non potevo rifiutarmi di lavorare, dopo la richiesta diretta di un superiore. Alla terza volta che lo fai, sai che l’azienda ne terrà conto quando si parlerà di contratti”.

Giorno dopo giorno, saltano fuori centinaia, forse migliaia di frodi allo Stato. Peggio: frodi allo stato e violenza psicologica sui lavoratori. E – mi ci gioco qualunque cosa – son certo che questi galantuomini sono poi gli stessi che in alcuni telegiornali faziosi corrono davanti alle telecamere schiumanti contro il governo “che non fa nulla”.

Un augurio sincero, dal cuore. Che può sembrare “questurino” ma è davvero sentito: ve la devono far pagare fino all’ultimo centesimo. Dovete pagare. E dovete pagar caro. Perché avete rubato soldi a chi ne aveva bisogno. E avete fatto violenza psicologica, ricattando, ai lavoratori stessi.

La voglia vi devono far passare di pensare a cose simili.
E la voglia ve la faranno passare squarciandovi il portafoglio.

Leonardo Cecchi

“Sì alle mascherine nei luoghi chiusi. Ragazzi, usate la testa” ha appena dichiarato Matteo Salvini.
Ma è lo stesso Salvini che 24 ore fa invitava platealmente un bambino a togliersi la mascherina sul palco?
Lo stesso che, una settimana fa,...

“Sì alle mascherine nei luoghi chiusi. Ragazzi, usate la testa” ha appena dichiarato Matteo Salvini.
Ma è lo stesso Salvini che 24 ore fa invitava platealmente un bambino a togliersi la mascherina sul palco?

Lo stesso che, una settimana fa, dichiarava tronfio e borioso in una sala al chiuso del Senato che lui la mascherina non ce l’ha e non se la mette?
Lo stesso che, da un mese, si fa selfie, strusciate e abbracci coi fan orgogliosamente senza mascherina?

Nel giro di pochi giorni questo mutante transgenico drogato di consenso è in grado di cambiare idea letteralmente su ogni cosa, dire o fare tutto e il suo contrario. Domani mattina si sveglierà a Milano Marittima con un nuovo sondaggio o scheda comunicazione in mano e dirà l’esatto opposto, senza che nessuno dei suoi alzi un sopracciglio.

L’ennesima giravolta.
L’ennesima retromarcia.
L’ennesimo travestimento.

Perché è questo che fa da almeno tre anni, ed è in questo modo che è riuscito a circuire – è il termine giusto – masse di persone orgogliosamente semi-analfabete che si vantano della propria stessa ignoranza e che, all’improvviso, hanno trovato qualcuno apparentemente come loro in grado di fargli credere che la politica potesse essere come una puntata di Temptation Island.

E allora vale persino dire nella stessa frase che “Il Covid non esiste” e che “I migranti portano il Covid in Italia”, che la mascherina “va messa” e che “non serve a nulla”, tanto nessuno si prenderà mai la briga di chiedersi se ha un senso. L’importante è che lo slogan sia abbastanza efficace da essere condiviso, ripetuto e ruttato da migliaia di persone senza farsi domande, né chiedere risposte.

No, davvero, qui non è più politica. Qui siamo andati oltre i territori della semplice propaganda, per entrare direttamente nella dimensione clinica.
Solo che il paziente non è Salvini. No, lui è semplicemente il sintomo. Il virus è l’ignoranza. Gli untori sono il 24% di italiani che (ancora) lo votano.

Ma a rischio siamo tutti noi.

Lorenzo Tosa

La seconda ondata.
salvini covid19
(Peppafè)

La seconda ondata.
salvini covid19
(Peppafè)

 

A chi è morto per difendere la natura dobbiamo molto più di quanto immaginiamo
di Diego Battistessa
Duecentododici persone sono state uccise nel solo 2019 per aver cercato di difendere la natura. Lo dice Global Witness, Ong nata nel 1993, che con il...

A chi è morto per difendere la natura dobbiamo molto più di quanto immaginiamo

di Diego Battistessa

Duecentododici persone sono state uccise nel solo 2019 per aver cercato di difendere la natura. Lo dice Global Witness, Ong nata nel 1993, che con il suo report (reso pubblico il 29 di luglio) spiega come la lotta contro l’espoliazione di risorse vitali come l’acqua e l’opposizione alla distruzione sistematica di ecosistemi millenari è costata la vita di questi uomini e donne che hanno difeso la nostra casa comune.

In un contesto legato fortemente al cambiamento climatico, ancora una volta l’America Latina detiene un record tutt’altro che lusinghiero: infatti solo nella regione latinoamericana sono avvenuti due terzi degli omicidi contro i difensori ambientali. Proprio la Colombia, tornata recentemente alle cronache italiane per la morte dell’italiano Mario Paciolla (le cui cause non sono ancora state chiarite) è il paese latinoamericano che guida la macabra classifica degli omicidi: ben 63.

A livello mondiale solo le Filippine di Duterte sono riuscite a tenere il passo: 43 omicidi. (…) Se però la Colombia veste la maglia nera, non va certo meglio al resto dei paesi della regione. Nel report di Global Witness leggiamo che nelle prime 10 posizioni, solo tre paesi non appartengono all’America Latina.

Dopo Colombia e Filippine, troviamo infatti il Brasile con 24, il Messico con 18, l’Honduras con 14, il Guatemala con 12, il Venezuela con 8 e Nicaragua con 5. Global Witness spiega che dal 2012, anno in cui si è cominciato a stilare questo report per denunciare le uccisioni contro i difensori dell’ambiente, la regione latinoamericana ha sempre rappresentato il luogo più mortifero e più violento.

Il 33% degli omicidi si è consumato nel territorio amazzonico: nel solo Brasile il 90% delle persone uccise nel 2019 mentre difendevano l’ambiente vivevano nella regione amazzonica! L’Honduras di Berta Caceres, con una crescita vertiginosa di casi di omicidio contro i difensori dell’ambiente, da 4 nel 2018 a 14 nel 2019, diventa il paese più violento se consideriamo i dati relativi alla tassa di omicidi sulla popolazione totale.

Il business dell’industria mineraria, si legge nel report, è il settore che più morte ha portato tra i difensori dell’ambiente causando la metà dei casi di omicidio. La deforestazione, il land grabbing, la costruzione di centrali idroelettriche per cambiare il corso dei fiumi, l’espansione degli allevamenti per destinare sempre più carne al mercato alimentare mondiale e il fracking sono tutte facce della stessa moneta: la ricerca spasmodica di nuove risorse naturali da poter monetizzare.

Sull’orizzonte che abbiamo davanti in America Latina si stagliano le ombre di politici spregiudicati come Ivan Duque e Jair Bolsonaro (giusto per fare due esempi) che hanno dichiarato guerra a chi ha deciso di difendere la Pacha Mama (Madre Terra) da un capitalismo predatorio e senza scrupoli.

(…) Mentre tutto il mondo ha lo sguardo fisso sulla situazione sanitaria, sicari senza scrupoli uccidono donne e uomini i cui nomi difficilmente riempiranno le cronache dei quotidiani europei. A loro però dobbiamo molto più di quello che immaginiamo e non abbiamo più molto tempo per capirlo…

 

io metto la mascherina e tu?

“Caro senatore Salvini, Lei ha dichiarato che non mette la mascherina. Io a differenza sua la mascherina la metto.Perché un decreto della presidenza del consiglio dice che va messa. Perché chi ha le competenze e la conoscenza per dirmi cosa fare mi dice che la devo indossare. Perché io a differenza sua non ho un’immunita parlamentare e non sono al di sopra della legge e se non la indosso ne rispondo agli organi competenti. Perché io a differenza sua ho rispetto per i 35.112 italiani morti e per le loro famiglie…” Inizia così il post pubblicato qualche giorno fa su Facebook da Paolo Baldini, 48 anni, infermiere, 20 anni in prima linea tra  pronto soccorso, ambulanze, che nei giorni del Covid 19 rispondeva alle chiamate disperate che arrivavano dal lodigiano al 118 di Niguarda. Sotto il testo indirizzato al leader della Lega la sua fotografia con il volto coperto da una mascherina.

E’ partita cosi, sul web e soprattutto attraverso Fb, la protesta di chi lavora negli ospedali e ha visto gli effetti del virus, contro il leader della Lega che nei giorni scorsi si è rifiutato di mettere la mascherina in Senato. Una sorta di catena, di testimonianza, una copia incolla con ognuno che pistava la sua fotografia con mascherina e le stesse parole.

Metto la mascherina “Perché io a differenza sua ho rispetto per chi si è’ ammalato e per chi ha perso il lavoro a causa di questa pandemia. Perché io a differenza sua ho rispetto per i milioni di italiani che sono stati a casa ed hanno rinunciato alla propria libertà per un senso civico ed un bene comune. Perché io a differenza sua,purtroppo,ho visto cosa può fare questo virus e non ho nessuna voglia di tornare in quell’incubo. Nessuna.Proprio nessuna. Io non sono Salvini.Io ci metto la faccia e spero di non essere l’unico.#iononsonosalvini,#iomettolamascherina ha scritto tra gli altri Stefano Caldana che ha lavorato agli Spedali Civili di Brescia.

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Il 2 agosto 1980 la strage di Bologna mai del tutto chiarita

Alle 10,25 del 2 agosto 1980 il più sanguinoso attentato del Dopoguerra ferisce l’Italia. Un potente ordigno a tempo, nascosto in una valigia abbandonata nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Bologna, esplode in coincidenza con la sosta del treno Ancona-Basilea, ed uccide 85 persone, ferendone altre 200. L’ala Ovest è devastata e la nazione intera è sotto shock per “l’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia” come il presidente della Repubblica Sandro Pertini la definisce. A 40 anni da allora la Procura generale di Bologna ha indicato come mandanti Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi – tutti deceduti – che avrebbero affidato l’esecuzione al gruppo neofascista dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar): Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini condannati in via definitiva e Gilberto Cavallini in primo grado. La ricompensa sarebbe stata versata dai conti svizzeri di Gelli e Ortolani ai Nar per un totale di 5 milioni di dollari di cui, forse, un milione consegnato in contanti.

E per attestare il valore del ricordo delle vittime del terrorismo – ognuna delle quali con una propria storia – come elemento cruciale dell’identità nazionale. La violenza che colpì Bologna ed offese l’Italia puntava a travolgere la democrazia repubblicana che invece seppe resistere ed ancora oggi garantisce le nostre libertà. Tanto più forte, e quotidiano, è il nostro ricordo tanto più forte è lo Stato di Diritto basato sulla Costituzione. In ultima istanza è il nostro ricordo di ogni singola vittima a garantire i nostri diritti fondamentali.

1) Natalia Agostini in Gallon

Lavorava come operaia alla Ducati di Bologna, aveva due figli. Era in stazione con il marito e con la figlia Manuela di 11 anni. Morì qualche giorno dopo mentre c’erano i funerali di Manuela. Aveva 40 anni

2) Mauro Alganon

Partito da Asti, andava a Venezia con un amico. Per il ritardo del treno persero la coincidenza. Era nella sala d’aspetto con i bagagli, l’amico che era uscito si salvò. Lavorava in libreria. Aveva 22 anni

3) Angela e Maria Fresu

Maria Fresu era nella sala d’attesa, con la figlia e due amiche. Il suo corpo non fu mai ritrovato ma gli esami dissero che tra le macerie c’erano i suoi resti. Un’altra perizia ha smentito anche questa ipotesi. Aveva 24 anni. Angela Fresu abitava con la mamma, la nonna, zie e zii vicino a Firenze. Era in stazione con la mamma e due sue amiche, andavano in vacanza sul lago di Garda. È la vittima più giovane della strage. Aveva 3 anni

4) Angela Marino

Nella sua famiglia erano in otto, tra fratelli e sorelle. Lei lavorava nello studio di un dentista vicino a Palermo. Era con una delle sorelle, con il fratello e con la sua fidanzata. Aveva 23 anni

5) Antonella Ceci

Era di Ravenna e aveva appena fatto la maturità chimico-tecnica. Doveva cominciare a lavorare in uno zuccherificio. Era in stazione con il fidanzato e due sorelle di lui. Aveva 19 anni

6) Rosina Barbaro in Montani

Stava partendo con il marito per la Riviera: avevano rinunciato a un passaggio in auto della figlia. Mano nella mano, andavano verso il bar. Travolti dalle macerie, lui rimase ferito e lei morì. Aveva 58 anni

7) Nazareno Basso

Nel 1978, carabiniere ausiliario a Chioggia, aveva conosciuto la sua futura moglie. Ora stava a Milazzo, aveva 4 figli, e dalla Sicilia andava dalla famiglia in vacanza in Veneto. Il treno era in ritardo. Aveva 33 anni

8) Euridia Bergianti in Baldazzi

Rimasta vedova nel 1975, da tre anni lavorava nella ditta di ristorazione della stazione: era al bancone del self service. Viveva a Bologna con uno dei suoi due figli. Aveva 49 anni

9) Katia Bertasi

Aveva due figli, il più piccolo di 15 mesi. Nata a Rovigo, viveva a Bologna con il marito e i genitori. Ragioniera, lavorava negli uffici della Cigar, la ditta di ristorazione della stazione. Aveva 34 anni

10) Francesco Betti

Viveva con la moglie e il figlio di due anni in provincia di Bologna. Con il suo taxi era in servizio davanti alla stazione, a trenta metri dal luogo dove era posizionata la bomba. Aveva 44 anni

11) Paolino Bianchi

Ogni anno andava sul Garda con un’amica, l’unica distrazione che si concedeva. Viveva vicino a Ferrara prendendosi cura della madre,

le aveva fatto la spesa. Lavorava come muratore. Aveva 50 anni

12) Verdiana Bivona

Viveva vicino a Firenze, faceva l’operaia e stava andando in vacanza con due amiche e la figlia di una di loro. Solo una delle amiche si salvò, lei morì nella sala d’aspetto. Aveva 22 anni

13) Argeo Bonora

Ferroviere, nato vicino a Bologna, dal 1970 stava a Bolzano. Sposato, con 5 figli, quel giorno di ferie era tornato nella sua città per vedere la madre. Stava aspettando il treno per rientrare a casa. Aveva 42 anni

14) Sonia Burri

Era nella sala d’aspetto, veniva da Bari con i genitori, i nonni, la sorella, la zia e le cugine: la trovarono ancora viva vicino alla sua bambola rossa. Morì in ospedale due giorni dopo. Aveva 7 anni

15) Davide Caprioli

Viveva a Verona, voleva diventare commercialista, suonava la chitarra e cantava. Stava rientrando a casa dopo una vacanza perchè aveva una serata con il suo gruppo. Morì in ospedale. Aveva 20 anni

16)  Flavia Casadei

Era partita da Rimini per andare a Brescia. Doveva cambiare treno e perse la coincidenza. Insieme a una ragazza conosciuta durante il viaggio era nella sala d’aspetto. Faceva il liceo. Aveva 18 anni

17) Mirco Castellaro

Viveva a Ferrara, sposato, con un figlio di sei anni. Insieme a un amico aveva comprato una barca in Sicilia, dovevano fare dei viaggi di rodaggio. Doveva partire prima, ci riuscì solo il 2 agosto. Aveva 33 anni

18) Roberto Demarchi

Viveva a Marano Vicentino, con la madre e tre fratelli. Giocava a pallavolo. Andava a trovare dei parenti con la madre. Morirono entrambi: lui stava passeggiando sul primo binario. Aveva 21 anni

19) Maria Idria Avati in Gurgo

Doveva andare in Trentino, da Rossano Calabro: aveva viaggiato di notte con la figlia. Stava nella sala d’attesa, la figlia era andata alla toilette. Lo scoppio la travolse, morì all’ospedale. Aveva 80 anni

20) La famiglia Diomede Fresa: da sinistra Francesco Cesare, Errica Frigerio e Vito

Francesco era di Bari. I suoi genitori avevano deciso di prendere il treno per evitare il traffico in autostrada. La sorella non era partita con loro. Morì insieme alla madre e il padre. Aveva 14 anni. Vito, medico, impegnato nella ricerca sul cancro, dirigeva l’Istituto di patologia generale della facoltà di medicina di Bari, dove abitava con la famiglia. Aveva 62 anni. Errica insegnava lettere in un istituto per geometri a Bari. Aveva due figli, un maschio e una femmina. Aveva 57 anni

21) Antonino Di Paola

Lavorava per una ditta di impianti elettrici, era di Palermo e divideva la casa a Bologna con un collega. Era in stazione: alle 10 e 15 doveva arrivare il fratello del collega. ma il treno era in ritardo. Aveva 32 anni

22) Mauro Di Vittorio

Voleva andare a Londra, cercava lavoro. Fu fermato alla frontiera : non aveva denaro per mantenersi. Rientrò in Italia per tornare a Roma e solo il 10 agosto la famiglia seppe che era morto. Aveva 24 anni

23) Domenica Marino

Lavorava come collaboratrice famigliare in provincia di Palermo. Era arrivata a Bologna con la sorella per andare con il fratello e la sua fidanzata in Romagna. Il treno era stato posticipato. Aveva 26 anni

24) Berta Ebner

Nata in provincia di Bolzano, aveva un fratello, non era sposata e viveva in casa con la madre. Faceva la casalinga. Non si è riusciti a ricostruire perché quel giorno fosse in stazione. Aveva 50 anni

25) Lina Ferretti in Mannocci

Stava a Livorno. Doveva partire, col marito, il 3 agosto per una vacanza a Brunico offerta dalla suocera che aveva vinto al lotto. Ma una stanza si era liberata prima. Il marito rimase ferito. Aveva 53 anni

26) Mirella Fornasari in Lambertini

Lavorava per la ditta di ristorazione della stazione: quel sabato le era stato chiesto di essere lì e non nell’ufficio dove era stata trasferita. Sposata, un figlio, viveva vicino a Bologna. Aveva 36 anni

27) Franca Dall’Olio

Da 4 mesi lavorava per la ditta della ristorazione della stazione. Era al telefono con un fornitore che era andato a consegnare della merce. Di solito scendeva lei, quel giorno chiese a lui di salire. Aveva 20 anni

28) Roberto Gaiola

Finite le elementari, era andato a lavorare in fabbrica, a Vicenza. Dopo anni difficili stava seguendo un percorso di disintossicazione a Bologna. Aspettava il treno per rientrare a casa. Aveva 25 anni

29) Pietro Galassi

Nato a San Marino, si era laureato in matematica e fisica. Prima di andare in pensione aveva insegnato in una scuola di Viareggio di cui era diventato preside. Aveva 66 anni

30) Eleonora Geraci in Vaccaro

Il 2 agosto era andata in macchina con il figlio alla stazione di Bologna. Aspettava il treno della sorella che abitava in Sicilia e veniva a trovarla. Fu uccisa nello scoppio insieme al figlio. Aveva 46 anni

31) Carla Gozzi

Insieme al fidanzato partiva per le vacanze alle Tremiti. Viveva con i genitori in provincia di Modena, era impiegata in un maglificio. Erano arrivati alla stazione in anticipo. Morì con il fidanzato. Aveva 36 anni

32) Vincenzo Iaconelli

Aveva deciso di andare a Verona per vedere uno spettacolo all’Arena. Viveva in provincia di Ravenna, era in pensione e si era iscritto a Legge per aprire uno studio di consulenza. Aveva 51 anni

33) Francesco Antonio Lascala

Il suo treno da Reggio Calabria aveva tre ore di ritardo, doveva andare a Cremona, aveva perso la coincidenza. Sposato, tre figli, era un centralinista delle Ferrovie in pensione. Aveva 56 anni

34) Pier Francesco Laurenti

Viveva a Parma, lavorava a Padova nelle assicurazioni. Stava tornando a casa dopo una vacanza in Riviera. Era sceso, durante la sosta del treno a Bologna, per telefonare a un amico. Aveva 44 anni

35) La famiglia Lauro: Velia Carli e Salvatore

Velia Carli, nata a Tivoli, sette figli, aveva una piccola impresa di maglieria in provincia di Napoli. Con il marito andava a Venezia per un funerale, persero la coincidenza e morirono nella sala d’aspetto. Aveva 50 anni. Salvatore Lauro Maresciallo dell’aereonautica, era di Acerra e abitava a Brusciano, in provincia di Napoli. Sette figli, di cui due molto piccoli. Era con la moglie Velia e stava aspettando il treno successivo. Aveva 57 anni

36) Loredana Molina in Sacrati

Insieme al marito aveva portato il figlio minore e la suocera in stazione. Il marito aspettava in macchina, lei andò a comprare i biglietti. Stava guardando il tabellone degli orari. Aveva 44 anni.

37) Leo Luca Marino

Era della provincia di Palermo, faceva il muratore a Ravenna. Insieme alla fidanzata era andato a prendere due delle sue sorelle per le vacanze in Romagna. Morirono tutti e quattro. Aveva 24 anni

38) Kai Maeder

Rimase ucciso con la madre e uno dei suoi fratelli: il terzo fratello e il padre, che scavò a lungo tra le macerie, si salvarono. Stavano rientrando a casa, in Germania. Aveva 8 anni

39) Elisabetta Manea in De Marchi

Stava andando in Puglia con il più piccolo dei suoi quattro figli, dopo la convalescenza per un intervento chirurgico. Era rimasta vedova

nel 1970. Morì in stazione insieme al figlio. Aveva 60 anni

40) Manuela Gallon

Stava aspettando il treno per la colonia estiva con i genitori, vicino alla sala d’attesa. Il padre andò a comprare le sigarette e rimase ferito. Lei morì in ospedale dopo 5 giorni. Aveva 11 anni

41) Maria Angela Marangon

Nata in provincia di Rovigo, aveva due fratelli e una sorella. Faceva la babysitter a Bologna e appena poteva rientrava a casa. Era in stazione per ritornare a Rosolina, il suo paese. Aveva 22 anni

42) Rossella Marceddu

Dalla vacanza stava rientrando a casa, vicino a Vercelli. Doveva fare il viaggio in moto ma scelse il treno, più sicuro. Era al quarto binario con un’amica e andò al bar da sola per bere qualcosa. Aveva 19 anni

43) Amorveno Marzagalli

Aveva accompagnato la moglie e il figlio al Lido degli Estensi e aveva preso un treno, il primo dopo 20 anni, per andare a Cremona dal fratello a fare una gita sul Po. Viveva ad Omegna. Aveva 54 anni

44) Famiglia Mauri: da sinistra Anna Maria Bosio, il piccolo Luca e Carlo

Lei e il marito erano cresciuti in parrocchia, avevano un figlio, e vivevano a Tavernola vicino a Como. Dal 2016 c’é un piazzale che li ricorda. Lei faceva la maestra. Aveva 28 anni. Luca Mauri doveva cominciare le elementari all’inizio del nuovo anno scolastico, dopo le vacanze. Viaggiava con i genitori per andare in un villaggio turistico in Puglia. Aveva 6 anni. Carlo Mauri Era partito in macchina da Como con la moglie e il figlio. Ebbero un incidente a Bologna e decisero di prendere il treno. Morirono tutti e tre in stazione. Aveva 32 anni

45) Patrizia Messineo

Si era diplomata in ragioneria, era di Bari. Era in stazione con la madre, la sorella, i nonni materni, una zia e le cugine. Tutte in sala d’aspetto:

la bomba la uccise assieme alla sorella e alla zia. Aveva 18 anni

46) I fidanzati Catherine Hellen Mitchell e John Andrew Kolpinski

John Andrew Kolpinski si era laureato all’Arts Court di Birmingham, e aveva deciso, insieme alla fidanzata, di fare un viaggio in diversi paesi, senza mete particolari. Furono uccisi dallo scoppio. Aveva 22 anni. Catherine Helen Mitchell Il suo zaino era blu, quello del fidanzato arancione. Erano partiti per vedere l’Europa, morirono entrambi. Si era laureata all’Arts Court di Birmingham. Aveva 22 anni

47) Antonino Montanari

Viveva a Bologna con la moglie. Era andato a informarsi sugli orari delle corriere e aspettava il bus di fronte al portico della stazione per tornare a casa. Fu colpito da un pezzo di un edificio. Aveva 86 anni

48) Nilla Natali

Aveva scelto i mobili per la sua nuova casa, stava per sposarsi e lasciare la casa dei genitori. Era figlia unica. Lavorava nella società di ristorazione della stazione. Aveva 25 anni

49) Lidia Olla in Cardillo

Era partita da Cagliari con il marito per andare in Trentino dalla sorella. Il marito era uscito dalla sala d’aspetto per controllare

l’orario del treno e rimase ferito. Lei morì. Aveva 67 anni

50) Giuseppe Patruno

Faceva l’elettricista a Bari, era in vacanza a Rimini con uno dei suoi 10 fratelli. In macchina avevano accompagnato delle amiche alla stazione. Il fratello rimasto più indietro si salvò. Aveva 18 anni

51) Vincenzo Petteni

Andava a Palermo con un amico per una vacanza sul mare verso la Tunisia. Non c’era posto in aereo e scelsero il treno. Morì dopo 14 giorni. Nato vicino a Trento, stava a Ferrara, era sposato. Aveva 34 anni

52) Angelo Priore

Nato a Bolzano, faceva l’ottico a Messina. Con lui c’erano i suoceri, raggiungevano la moglie e il figlio in vacanza. Era nella sala d’aspetto a leggere, lo scoppio lo devastò. Mori l’11 novembre. Aveva 26 anni

53) Pier Carmine Remollino

Orfano di madre, era cresciuto con il padre e otto fratelli vicino a Potenza. A 18 anni era partito per la Germania. Rientrato in Italia per il servizio militare, si era trasferito a Ravenna. Aveva 31 anni

54) Rita Verde

Era impiegata nella ditta di ristorazione della stazione. Morì insieme a cinque colleghe, si salvò solo la più giovane, Marina Gamberini. Rita stava per sposarsi. Aveva 23 anni

55) Roberto Procelli

Dopo un corso per programmatore elettronico aveva trovato lavoro. Dal 13 maggio faceva il militare a Bologna e stava tornando a casa, vicino ad Arezzo. Fu identificato grazie alla piastrina. Aveva 21 anni

56) Gaetano Roda

Appena assunto dalle Ferrovie, viveva vicino a Ferrara e faceva un corso alla stazione. Durante una pausa era andato al bar. L’onda d’urto lo gettò contro il treno sul primo binario. Aveva 31 anni

57) Romeo Ruozi

Il treno della figlia doveva arrivare alle 11 e 58, ma lui era andato in stazione con molto anticipo. Sposato, abitava a Bologna

dal 1975 e aveva tre figli. Era in pensione. Aveva 54 anni

58) Vincenzina Sala in Zanetti

Col marito, i consuoceri e il nipote di sei anni, aspettava, sul primo binario, la figlia e il genero in arrivo dalla Svizzera. Il treno era in ritardo. Lo scoppio la uccise. Nata a Pavia, abitava a Bologna. Aveva 50 anni

59) Sergio Secci

Nato a Terni, una laurea al Dams: da Forte dei Marmi andava a Bolzano per lavoro. Voleva passare per Verona dove c’era un amico. Il suo treno ritardò, perse la coincidenza. Morì il 7 agosto. Aveva 24 anni

60) Salvatore Seminara

Era un operaio specializzato. Suo fratello stava arrivando in licenza a Bologna e lui era andato con il collega con cui divideva la casa

ad aspettarlo. Erano nella sala d’aspetto. Aveva 34 anni

61) Silvana Serravalli in Barbera

Insegnava a Bari alle elementari, aveva compiuto gli anni il primo agosto. Alle 10,25 era al bar della stazione. Nella sala d’aspetto c’erano i genitori, il cognato e la sorella con le figlie. Aveva 34 anni

62) Mario Sica

Avvocato specializzato in diritto del lavoro, era stato assunto all’Atc, l’azienda di trasporti di Bologna, dove viveva con la moglie e i tre figli. Aspettava la madre in arrivo da Roma. Aveva 44 anni

63) Vito Ales

Andava in Romagna per lavorare in una pensione come aveva fatto nelle estati precedenti. Veniva da Palermo. Camminava, in attesa

del treno, sul marciapiede del primo binario. Aveva 20 anni

64) Vittorio Vaccaro

Sposato con Adele che aveva conosciuto a Rimini, una figlia di 4 anni di nome Linda, faceva l’operaio ceramista in provincia di Reggio Emilia. Era con sua madre e morì con lei. Aveva 24 anni

65) Umberto Lugli

Aveva una merceria a Carpi con il fratello. Stava andando con la fidanzata alle Tremiti. Il fratello li aveva portati presto in stazione

per rientrare al lavoro. Morì con la fidanzata. Aveva 38 anni

66) Iwao Sekiguchi

Veniva da Tokio per conoscere l’arte italiana. Aveva una borsa di studio e da Firenze era arrivato a Bologna. Stava andando a Venezia. Teneva un diario: stava scrivendo prima dello scoppio. Aveva 20 anni

67) Fausto Venturi

Viveva con la madre e il fratello a Bologna. Il 2 agosto, dalle 8, era in servizio con il suo taxi alla stazione. Fu travolto dalle macerie dello scoppio mentre stava parlando con un collega. Aveva 38 anni

68) Angelica Tarsi in Sacrati

Doveva partire con il nipotino. Li avevano accompagnati suo figlio e la nuora: non c’era parcheggio e il figlio restò ad aspettare in auto. L’esplosione uccise lei e la nuora ferendo il bimbo. Aveva 72 anni

69) Onofrio Zappalà

Si era innamorato di una danese, Ingeborg, e pensava di trasferirsi. Ma venne assunto dalle Fs. Era in stazione con due colleghi: lui restò sul marciapiede e morì. Il 3 sarebbe arrivata Ingeborg. Aveva 27 anni

70) I coniugi Zecchi: Paolo e Viviana Bugamelli

Paolo Zecchi si era sposato da pochi mesi. Con la moglie era in stazione per comprare i biglietti per la Sardegna dove volevano andare all’inizio di settembre. Morirono tutti e due. Lavorava in banca. Aveva 23 anni. Viviana Bugamelli Viveva vicino a Bologna con il marito, sposato da poco, e con i genitori. Ragioniera, lavorava in un’azienda agricola. Morì con il marito: stavano comprando dei biglietti. Era incinta. Aveva 23 anni

Le vittime senza volto

Marina Antonella Trolese

Faceva il liceo e abitava vicino a Padova. Stava partendo con la sorella: c’erano anche il fratello più piccolo e la mamma, che fu uccisa nello scoppio. Lei morì il 22 agosto, per le ustioni. Aveva 16 anni

Anna Maria Salvagnini in Trolese

Aveva accompagnato le due figlie, dalla provincia di Padova alla stazione di Bologna: erano in partenza per un viaggio studio. Morì anche una delle figlie. Lei insegnava alle medie. Aveva 51 anni

Irene Breton in Boudouban

Era svizzera. Nata a Boncourt, paese di poco più di mille abitanti, viveva a Delemont con il marito. Faceva l’orologiaia. Non è stato possibile ricostruire come mai fosse in stazione. Aveva 61 anni

Margret Rohrs in Mäder

Viveva ad Haselhorf in Westfalia con il marito e i tre figli, era in vacanza in Italia con tutta la famiglia, aspettavano il treno per tornare a casa. Morì insieme ai due figli più piccoli. Aveva 39 anni

Eckhardt Mäder

Era in vacanza con i genitori e rimase nella sala d’attesa con la madre mentre il padre aveva deciso di visitare Bologna nelle due ore di attesa. Morì con la mamma e un fratellino. Aveva 14 anni

Brigitte Drouhard

Nata a Saules, in Francia, abitava a Parigi dove lavorava come impiegata. Stava aspettando un treno per Ravenna. Le piacevano

la poesia e la letteratura italiana. Aveva 21 anni

Francisco Gomez Martinez

Catalano, aveva cominciato a lavorare a 16 anni, risparmiava per viaggiare. Stava andando a Rimini. Nella sala d’aspetto scriveva alla fidanzata e immaginva le prossime vacanze con lei. Aveva 23 anni

 

you have the sweet test soul i have ever seen

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buon pomeriggio afoso

A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo

Primo Levi – Se questo è un uomo

E oggi sarebbero stati 101

I NAZISTI VOLEVANO CHE ANDASSE A MORIRE DOCILE E ARRENDEVOLE, MA LEI SPARÒ E UCCISE LE SS NELLA RAMPA DELLE CAMERE A GAS.

LA STORIA DI FRANCESKA MANN, LA BALLERINA POLACCA CHE DIEDE IL VIA ALLA RIVOLTA DELLE DONNE AD AUSCHWITZ.

Questa storia comincia su una rampa. Una di quelle rampe che ad Auschwitz portavano gli internati verso le camere a gas. Sarebbe una storia come tante, solo una storia orribile di terrore e di morte, se la protagonista di questa vicenda, con un gesto di ribellione straordinario, non avesse scelto di smettere di recitare il copione che qualcuno aveva già scritto per lei.

Franceska è una ragazza giovanissima, capelli mori, sorriso splendente, fisico atletico. Ha poco più di vent’anni quando diventa una delle ballerine di danza classica più importanti della Polonia. Probabilmente avrebbe calcato i palcoscenici dei teatri più belli d’Europa, mostrando a tutti le sue leggiadre esibizioni, se non fosse cominciata la Seconda guerra mondiale. Franceska, che sulle scene tutti chiamano Lola, Lola Horovitz, è ebrea, e quando il suo Paese viene occupato perde tutti gli ingaggi che aveva. Finisce come tanti nel ghetto di Varsavia dove si esibisce per sopravvivere. Racimola qualche soldo e prova a comprare un lasciapassare che dovrebbe servire a lasciare la Polonia. Con altre seicento persone si nasconde nel famigerato Hotel Polska, stipati lì dall’organizzazione che dovrebbe aiutarli ad espatriare e che invece li rivende alla Gestapo. Lola, come tutti, viene costretta a salire su un treno. Gli dicono che è per portarli in salvo, invece il convoglio finisce prima a Bergen Belsen e poi ad Auschwitz.

I nazisti dicono alle donne che si tratta solo di una tappa, un campo di transito. Addirittura millantano che alcune di loro saranno liberate. Per questo motivo devono lavarsi e cambiare i vestiti. E così si spogliano e si incamminano verso le docce. È in quel momento, quando transita sulla rampa, che Franceska capisce tutto. E decide di reagire. Vicino a lei c’è il sergente delle SS Josef Schillinger, il responsabile della camera a gas del blocco 1: con un gesto rapido e deciso Lola agguanta la pistola che il soldato ha nella fondina e gli spara due colpi all’addome. Poi si volta ed esplode altri colpi in direzione del caporale Emerich, ferendolo gravemente. La scintilla della ribellione divampa. Altre donne sulla rampa attaccano le guardie con coraggio e forza inaudita. Per pochi minuti prendono possesso della rampa, ma siamo ad Auschwitz e così numerose SS accorrono armate di bombe a mano e mitra e iniziano a fare fuoco. Le ammazzano tutte, compresa Franceska.

È il 23 ottobre 1943.

Franceska aveva scelto come morire. Non da comparsa nell’orribile storia che i nazisti avevano scelto per lei, ma da protagonista di quel palcoscenico sul quale tante volte era salita da ballerina.

Cannibali e Re

Cronache Ribelli

questo ragazzo si chiama Valerio Carocci, ha 29 anni ancora da compiere, una passione bruciante per il cinema, e da ieri è ufficialmente stato messo sotto scorta dallo Stato italiano.

La ragione? Perché un paio di anni fa, insieme a un gruppo di coetanei antifascisti, ha osato immaginare un luogo in cui il cinema arrivasse direttamente e gratruitamente nella periferia di Roma. Ha salvato un cinema storico dalla demolizione e l’ha rimesso a disposizione della collettività, facendolo rivivere, e altri spazi grazie a loro stanno rinascendo. Ha acceso le luci e riportato la cultura lì dove c’era solo spaccio, degrado, criminalità. Lo ha chiamato Cinema America, quello a cui qualche settimana fa aveva fatto visita anche il Presidente del Consiglio Conte.

Un luogo così disturba, dà fastidio, non te lo perdonano. Così prima sono arrivate le minacce, poi le botte dei fascisti, le aggressioni squadriste, culminate con l’episodio dell’anno scorso in cui tre membri della squadra sono stati malmenati da esponenti di CasaPound solo perché indossavano la maglietta dell’associazione. Infine l’agguato di pochi giorni fa allo stesso Carocci, il Pronto soccorso, preceduto e seguito da altre minacce di morte. Una situazione talmente grave da indurre la Prefettura di Roma a metterlo sotto protezione.

Viviamo in un Paese in cui un ragazzo di 29 anni antifascista che produce cultura e lancia ponti è costretto a vivere sotto scorta per le botte e le minacce subite.

“Sono solo un ragazzo che ha salvato un cinema” si sfoga. “In questo Paese qualcosa non funziona.”

Totale solidarietà a Valerio e a tutti i ragazzi del Cinema America.

Il mondo alla rovescia.

Lorenzo Tosa (fb)

 

Lavora per dieci ore sotto il sole in cantiere: operaio muore a 35
Strage in discoteca a Corinaldo, ai primi 6 colpevoli 69 anni di carcere. Chiusa anche l’inchiesta sui colletti bianchi

maybe i’ll see you in another life, if this one wasn’t enough

– Achille!

– Re Agamennone in persona, a cosa devo l’onore?

– Stiamo per attaccare e volevo sapere se il più forte fra i nostri guerrieri è pronto a gettarsi nella mischia.

– Sono sempre pronto.

– È ciò che volevo sentire. Bene, ecco come procederemo: i carri da guerra e gli arcieri si muoveranno lungo una linea… che cos’è?

– Questa?

– Sì.

– È la mia armatura. Forgiata da Efesto in persona. Ti piace?

– No, bella è bella, ma scusa…

– Cosa?

– I copritalloni?

– Non li metto.

– Per favore, non cominciamo di nuovo con sto discorso.

– T’ho detto che non li metto e non li metto.

– Achille, per cortesia, una cosa t’ho chiesto! Una! Di mettere quei minchia di copritalloni!

– Coi copritalloni mi sento soffocare.

– È biologicamente impossibile sta cosa che ti senti soffocare dai talloni!

– Invece sì, io respiro molto coi piedi.

– Ascoltami, ragiona un secondo, te sei invincibile.

– Invincibilissimo.

– Issimo, sì, bravo. Tranne che in un punto.

– Un punto.

– E quel punto è…?

– È?

– No, dico, quel punto è?

– Il tallone?

– Il tallone! Mortacci tua! Puoi andarci fuori nudo a combatterli sti disgraziati! Ho visto con questi occhi uno tirarti una spadata sul cazzo e la spada s’è rotta in due, però i copritalloni, figlio mio, li devi mettere.

– Altrimenti?

– Metti che uno con una freccia ti piglia il tallone.

– Tu mi vuoi dire che io adesso esco e uno di questi arcieri incompetenti scopacugine dei troiani mi becca proprio a me e proprio sul tallone. Francamente, mi sembra statisticamente inverosimile.

– Oh, vedi tu, ne tirano un migliaio di frecce al giorno, perché correre il rischio?

– Secondo me il rischio non c’è. Poi sta cosa del tallone non si sa neanche se è vera.

– Ma sì che è vera! Me l’ha detto pure tua madre che t’ha inzuppato tutto tenendoti per il tallone che poi bastava perdere quei due secondi per girarti un attimo… Comunque l’altro giorno lo hai sbattuto contro uno spigolo di un mobile e t’è venuto un mezzo ictus. Non credo sia stata una coincidenza.

– Esagerazioni. Vogliono farmi sembrare debole. Io sono abituato a combattere senza, non puoi pretendere che io cambi le mie abitudini così, da un giorno all’altro.

– Ma è della tua vita che stiamo parlando.

– Nessuno è mai morto per una freccia sul tallone. Non ci sono organi vitali sul tallone.

– Ma tu sì! Tu puoi! Funziona così sta cosa! È tutto il concetto del personaggio Achille! Ti ricordi che siamo andati dall’Oracolo di Delfi?

– Sì.

– Che ha detto l’Oracolo di Delfi?

– …

– Che ha detto?

– Ha detto di mettere i copritalloni.

– E metti sti cazzo di copritalloni!

– Non mi fido dell’Oracolo di Delfi. Chissà chi lo finanzia.

– E infatti siamo andati pure dall’Oracolo di Olimpia e che t’ha detto l’Oracolo di Olimpia?

– Di mettere i copritalloni. Però dai, si sa che l’Oracolo di Olimpia è politicamente schierato.

– Pure Esculapio te l’ha detto!

– Non mi convince Esculapio. Non mi sembra professionale.

– È il dio della medicina!

– Appunto e figurati se uno così non fa i suoi interessi. C’è un business dietro, cosa credi? Mezzo Peloponneso è gente che confeziona copritalloni.

– Sii buono, ne abbiamo girati venti tra oracoli, veggenti e semidivinità, mannaggia a te, tutti t’hanno detto di mettere i copritalloni. Non “mettili altrimenti perdi la battaglia”, non “mettili altrimenti tua moglie diventa infeconda”, “tuo figlio si scopa un mostro marino”, “tua zia va fuori strada col carro”, no! Mettili altrimenti muori!

– Ti scordi dell’Oracolo di San Raffaele.

– Che è l’Oracolo di San Raffaele?

– Dai, quello della cristalloterapia.

– Ah già, quello.

– Quello ha detto che posso non metterlo.

– Uno! Uno su venti! Che è pure un Oracolo per modo di dire, ti ricordi che aveva gli acchiappasogni appesi dappertutto? C’aveva il tempio sul retro di un’erboristeria, dai…

– Non mi interessa. Io con i copritalloni mi sento umiliato, mi sento in gabbia. L’ha detto pure Tiresia.

– Tiresia l’indovino cieco?

– Sì. Ha detto che sti copritalloni sono una forzatura, una violazione dei miei diritti.

– Ma lascialo stare Tiresia, è vecchio, canta bene per carità, ma ste cose non son roba sua. E poi io li prenderei con le pinze i consigli sanitari di uno che sta nell’Ade!

– È inutile che insisti, io non ci vado in giro coi copritalloni a farmi ridere dietro.

– Ma che problemi ti creano? Dai su, un piccolo sforzo, ti si chiede solo quello. E vinciamo sta guerra. E poi si torna tutti alla vita di prima. Noi vuoi tornare alla vita di prima?

– … sì.

– Allora li metti?

– Assolutamente no.

– Achille è morto, e sono onorato che abbia scelto me per ricordarlo al suo rito funebre. Achille era il più forte e valoroso di noi, ma era anche superbo e avventato. Se avesse prestato un po’ più di attenzione, se fosse stato meno egoista, meno testardo, sarebbe ancora vivo e con lui tanti altri che lo hanno seguito nell’Averno durante questa guerra spaventosa. Forse però la sua fine può insegnare qualcosa a noi che rimaniamo. Magari ci può insegnare a non trarre giudizi affrettati, oppure a fidarci con umiltà di chi ne sa più di noi, di chi ha dedicato la sua vita al sapere, alla conoscenza per aiutarci a vivere meglio. O, ancora, può insegnarci che nessuno di noi è davvero immortale, anche se certe volte può essere facile pensare il contrario. E che, in guerra, ognuno è responsabile non solo della propria vita, ma anche di quella degli altri. Perciò oggi ricordando questo grande condottiero, cerchiamo di ricordare anche di non essere arroganti o superficiali con il destino, con gli dèi e, soprattutto, con la morte.

– Bellissimo discorso Ulisse.

– Grazie.

– Adesso dove andrai?

– La guerra è finita. Torno a casa.

– Ti serve il navigatore?

– Ma ti pare?! È sempre dritto!

Non è successo niente (fb)

 

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