e se non sai come fare baciala, i discorsi lasciali alle stelle

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occhi umidi

 

Scorro la bacheca e lacrimo

Leggo i giornali e lacrimo

Guardo la TV

e continuo a lacrimare

di più

di più

e ancora di più

Non so se sia meglio

consultare un oculista

per dare un controllo

alla vecchiaia e alla vista

o impegnare

tutto me stesso

per cambiare

il mondo

ed avere altro

a che pensare

invece

di rovinarmi

gli occhi

e dannarmi

l’anima

e il cervello

su questi fogli

e su questi schermi

ancor più

di più

e ancora di più

non fate mai pace coi padroni, promettetelo

DOCUMENTARIO sull’ANARCHIA: da ERRICO MALATESTA al XXI SECOLO

– ⒶXXI – Errico Malatesta verso un’ Umanità Nova –

Una giovane donna è alla ricerca della tomba di Errico Malatesta(1853-1932), una delle figure più rilevanti dell’anarchismo mondiale. È seppellito in un luogo imprecisato dell’immenso cimitero del Verano, a Roma. Il compito risulta più arduo del previsto, ma questa lunga ricerca diviene un viaggio attraverso l’anarchia, che inizia dalla nascita dell’indimenticato rivoluzionario e attraversa un secolo e mezzo di storia dell’anarchismo, proiettandosi, attraverso la vita e gli scritti del Malatesta e di altri intellettuali vissuti dopo di lui, fino al XXI secolo, e oltre. Il documentario è anche un manifesto politico, che vuole riportare in primo piano un discorso che nell’opinione pubblica appare interrotto da troppi decenni, postulando basi scientifiche e filosofiche che diano nuovi impulsi e stimoli all’alternativa anarchica.

Diamo un senso alla giornata

Anche con questo

Un pensiero commosso a @803muliache e tutte le ragazze e i ragazzi dell’Isola.

Siamo orgogliosi di affermare che la Sardegna è più ospitale del resto d’Italia. D’altro canto la nostra terra sabato ha ospitato di stefano di caccapaund, mercoledì ospiterà il leader della Lega promoter nutella , giovedì il Cav. Berlusconi. Insomma chi più ne ha più ce ne manda. Quasi dimenticavo, anche “tu sai chi l’originale” ha fatto le vacanze da noi.

Flavio Giordani

C’e chi vive per il denaro e la gloria o la carriera. Io vivo per i sorrisi. O almeno ci provo. Poi ci sono pure gli orgasmi. Ma questa è un altra storia.

O almeno ci provo.

Pure io.

Un mese fa la bara di Antonio Megalizzi, giornalista ucciso nell’attentato di Strasburgo, arrivava a Ciampino accolto dalla famiglia, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dalla foglia di fico fatta a ministro, Riccardo Fraccaro (cura i rapporti con il Parlamento, poco più della segretaria di Fico).

Ieri a sbavare e schiumare di feroce allegria a Ciampino c’era il vicepremier ministro dell’Inferno, il degno compare marionetta alla Giustizia, una marea di vertici di polizia carabinieri servizisegreti finanza servizi occulti e chi ne ha ancora li aggiunga, con una selva di telecamere e microfoni degna di un cinegiornale Luce.

Stemmerde.

Il Grande Fratello in nero di seppia.

Ci sono tanti geni che sono mezze seghe. Così diventai un genio.

caffeacolazione:
“ migratori
migrateurs
migratory
”

caffeacolazione:

migratori

migrateurs

migratory

 

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please could you be tender

Caro Faber”, la lettera che Don Gallo dedicò a Fabrizio De André a pochi giorni dalla sua morte.

14 gennaio 1999

Caro Faber,

da tanti anni canto con te, per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità.

Quanti «Geordie» o «Michè», «Marinella» o «Bocca di Rosa» vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, «verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame». Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione.

E ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.

Abbiamo riscoperto tutta la tua «antologia dell’amore», una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà.

E soprattutto, il tuo ricordo, le tue canzoni, ci stimolano ad andare avanti.

Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza.

La Comunità di san Benedetto ha aperto una porta in città. Nel 1971, mentre ascoltavamo il tuo album, Tutti morimmo a stento, in Comunità bussavano tanti personaggi derelitti e abbandonati: impiccati, migranti, tossicomani, suicidi, adolescenti traviate, bimbi impazziti per l’esplosione atomica.

Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente (che era ed è la nostra vita quotidiana) abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, alla solitudine può seguire l’amore, come a ogni inverno segue la primavera [«Ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l’amore ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino», da L’amore, ndr].

È vero, Faber, di loro, degli esclusi, dei loro «occhi troppo belli», la mia Comunità si sente parte. Loro sanno essere i nostri occhi belli.

Caro Faber, grazie!

Ti abbiamo lasciato cantando Storia di un impiegato, Canzone di Maggio. Ci sembrano troppo attuali. Ti sentiamo oggi così vicino, così stretto a noi. Grazie.

E se credete ora

che tutto sia come prima

perché avete votato ancora

la sicurezza, la disciplina,

convinti di allontanare

la paura di cambiare

verremo ancora alle vostre porte

e grideremo ancora più forte

per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti,

per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti.

Caro Faber, parli all’uomo, amando l’uomo. Stringi la mano al cuore e svegli il dubbio che Dio esista.

Grazie.

Le ragazze e i ragazzi con don Andrea Gallo,

prete da marciapiede.

image

 

 

imaginidivertenti:
“Immagini piu divertenti -
”
—–
Good Night

scarligamerluss:
“ C’è qualcosa di molto più forte del sovranismo, delle bandierine, dei porti fintamente chiusi e di questi governi inadeguati: i primi passi. #SeaWatch
”

C’è qualcosa di molto più forte del sovranismo, delle bandierine, dei porti fintamente chiusi e di questi governi inadeguati: i primi passi. #SeaWatch

via federica mameli

(Fonte: twitter.com, via scarligamerluss)

 

e desiderarti! improvvisamente all’improvviso

Quella divisa non è di Salvini ma dello Stato

Nelle democrazie le forze dell’ordine vivono di quel delicatissimo equilibrio che si fonda sull’equidistanza tra le forze politiche. Al contrario, nelle dittature, i tiranni indossano sempre la divisa, che non è banale teatralizzazione del potere, ma serve a mandare un messaggio preciso: l’esercito risponde a me, a me soltanto e a nessun altro. Fidel Castro ha indossato la divisa nelle apparizioni pubbliche per decenni, la logica era la solita utilizzata nei paesi del socialismo reale: l’esercito è il popolo, io sono il capo dell’esercito, io sono il conduttore del popolo.

Attaccare Fidel Castro significava avere l’esercito (e tutte le forze dell’ordine) contro. Fidel Castro dismise la divisa militare in rare occasioni: quando incontrò Giovanni Paolo II nel 1998 per esempio; in quel caso mise da parte il suo ruolo di caudillo e si sottopose a un possibile confronto che infatti portò alla liberazione di diversi detenuti politici.

Gheddafi indossava la divisa militare perché fosse chiaro che il suo era principalmente un ruolo militare, un potere militare, preso con le armi e mantenuto con le armi. La Libia era la caserma del Colonnello Gheddafi che ebbe la civetteria populista di definirsi Colonnello, perché Generale era il popolo (ossia nessuno, essendo il potere assoluto in Libia nelle mani del solo Gheddafi e della sua famiglia).

Mussolini dismette l’abito borghese e inizia a indossare fez e divisa

quando decide che lo Stato e il fascismo debbano coincidere e quindi chiunque lo critichi è fuori dalla legalità. Da quel momento le critiche a Mussolini e al fascismo diventano un problema di polizia.

In guerra, anche i leader democratici hanno indossato la divisa. Uno su tutti, Winston Churchill. Con l’Inghilterra ufficialmente in guerra, indossare la divisa significava essere a capo delle forze armate di uno Stato in guerra.

A Yalta, tra i big three (Roosevelt, Stalin e Churchill), Stalin decise di indossare la divisa di Generalissimo dell’Armata Rossa (titolo che si era autoattribuito) mentre Roosevelt partecipò in abiti borghesi: in quel modo ribadiva il suo ruolo di presidente ben diverso da quello del generale Eisenhower.

Applicare oggi queste interpretazioni a Salvini può sembrare ridicolo per la mediocre caratura del personaggio, ma la sua mediocrità non deve fuorviarci.

Cosa significa per lui (e per chi lo osserva e subisce) indossare quella divisa? Che se io critico o contrasto il ministro dell’Interno avrò la Polizia contro? Significa che la Polizia condivide le azioni politiche del ministro dell’Interno? In questo caso ci sarebbe da temere la trasformazione della Polizia di Stato in un organismo politico.

E qui vale la pena fare una precisazione che non è affatto scontata: la Polizia dipende dal ministero dell’Interno, non dal ministro, e non è questione di lana caprina. È esattamente per questo motivo che la Polizia ha un capo della Polizia che non è il ministro dell’Interno. Il ministro dell’Interno – come il primo ministro – quando indossa la divisa lo fa come gesto solidale che è accettabile esclusivamente in occasioni formali. Per esempio tutti i presidenti, i presidenti del Consiglio e i ministri quando vanno a trovare i soldati in missione all’estero, indossano la divisa perché quel giorno è un giorno da soldato.

Non solo: in zone di guerra, che i vertici politici non siano individuabili è una misura di sicurezza e non vuota formalità. Anche nei giorni commemorativi indossare la divisa ha un significato istituzionale, ma indossare la divisa in occasioni diverse da questa sa solo di propaganda politica che si tramuta in gesto autoritario.

Il messaggio che chi indossa la divisa fuori contesto sta dando è un messaggio pericolosissimo per la democrazia. Questo vale per tutti e vale ancora di più per Matteo Salvini, leader di un partito che non ha una storia di legalità da vantare.

La Lega non è stata in grado di arginare – e in parte forse non ha voluto – la diffusione del potere ‘ndranghetista nel nord Italia; la Lega deve ai cittadini italiani 49 milioni di euro e, sempre la Lega, in Calabria si è legata politicamente a figure poco specchiate: mostrandosi oggi con la divisa della Polizia, Salvini spera di poter cancellare tutto questo e dire non semplicemente “io sto dalla parte della legalità” (ci mancherebbe pure che il ministro dell’Interno non lo fosse!), ma “io sono la legalità”.

Salvini usa la scorciatoia propagandistica per non rispondere delle responsabilità politiche sue e del suo partito. Ma la cosa più grave è che utilizza la Polizia, un organo dello Stato che in democrazia è autonomo rispetto ai partiti politici, a tutti i partiti politici, per finalità personali.

Indossare le divise, come fa Salvini, significa mandare messaggi a chi fa parte delle forze dell’ordine. Significa avere un atteggiamento intimidatorio verso chi non dovesse avere simpatia per le posizioni politiche del ministro. Significa creare, per ogni divisa indossata, una frattura tra chi quella divisa la indossa ogni giorno, per lavorare e non per fare propaganda politica.

Ciascuno ha le sue idee politiche, ma se servi il Paese, prima della tua parte viene lo Stato. Indossare le divise durante i comizi significa dire: la polizia è cosa mia. E lo Stato non è Matteo Salvini. E lo Stato non è la Lega. Questo, a Salvini, ogni tanto vale la pena ricordarlo.

Roberto Saviano
Roberto Saviano

https://www.repubblica.it/politica/2019/01/11/news/quella_divisa_non_e_di_salvini_ma_dello_stato-216361597/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1

Oh figlia degli dèi, l’abisso ha dei terrori e dei fremiti
Che il cielo non conosce
Ma non comprende il cielo
Chi non ha attraversato la terra e l’inferno.
Così sussurrava, nei MIsteri Eleusini Eros a Persefone, così sussurra, a noi, la dea.


da Persefone. La luce del buio di Elda Fossi

Extreme nudePin-Up Eizo X-Ray

Fascist Italians holding the head of Ethiopia first general, Hailu Kebede, before they sent it to Rome for Mussolini to see it, 1937

Migranti bloccati in Bosnia

    migranti bloccati in osnia

Non c’è acqua calda per lavarsi, non c’è abbastanza cibo, le condizioni igienico-sanitarie sono pessime, e fa freddo, molto freddo. I migranti bloccati in quello che viene chiamato il “cul de sac” della rotta balcanica sono allo stremo, e poco importa se sono ospitati in strutture ufficiali, o in campi fai-da-te.

Da qualche giorno a Palermo non si parla che di lui; e anche in Italia riecheggia il suo faccione da politico navigato: il sindaco Orlando si è preso la scena. Ha scelto il set e anche il secondo attore nel ruolo di nemesi: il leghista Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Ai due si è temporaneamente aggiunto nel ruolo di comparsa tale Fabio Citrano, componente dell’ufficio stampa del Comune di Palermo e autore di quel colorito fuori-copione ormai divenuto celebre: il “Suca” rivolto allo stesso Salvini via twitter. La trama è confezionata, il finale da scoprire.

Cosa ci dice il conflitto apertosi di recente tra un gruppo di sindaci italiani (con in testa Leoluca Orlando ma anche Luigi De Magistris) e il governo M5S-Lega in tema di Decreto sicurezza? Potrebbe raccontarci tanto come non raccontarci proprio nulla; questioni di punti di vista e questioni di scelte che verranno. Con ordine.

La parte che i sindaci contestano al Decreto voluto da Salvini è quella relativa ai migranti: diritto d’asilo, permessi di soggiorno, centri di accoglienza. Basta questa – dicono i sindaci – per ritenere illegittimo il decreto in quanto crea più insicurezza nelle città violando, inoltre, una serie di diritti fondamentali. Così, tra i vari appelli rivolti al governo a rivedere queste norme si erge la figura del sindaco di Palermo che, prima, firma l’atto di sospensione del decreto – con conseguente visita della Digos negli uffici anagrafe del Comune – , poi, annuncia il ricorso presso la Consulta. Insomma, pare proprio che Orlando voglia andare fino in fondo in questa partita.

Il dibattito creatosi a Palermo assume proporzioni vastissime; non sempre però la qualità segue la quantità. Nell’attuale polarizzazione social delle posizioni politiche il rischio, infatti, è quello di farsi schiacciare nel giochetto delle appartenenze “pro-Orlando” o “pro-Salvini”; o nella pericolosa trappola della critica fine a se stessa “perché Palermo è ricca di problemi, non possiamo occuparci di questo”.

Chiunque invece creda non servano i suddetti giochetti cerca di semplificare il quadro al netto delle contraddizioni di fase e dei soggetti in questione. Serve cioè entrare nel vero merito della questione: il Decreto Sicurezza! E questo è obiettivamente irricevibile. perché colpisce sì i migranti, ma colpisce più in generale i poveri, soprattutto quelli che provano a combattere questa propria condizione. Perché non migliora affatto la vita in città come Palermo, anzi. Perché non affronta le problematiche davvero sentite come tali nei nostri quartieri e finisce per criminalizzarne le risposte sociali. Insomma, il Decreto non va bene!

Ma ci sono altre due questioni di grande (forse) interesse politico. La prima riguarda i “sostenitori” di queste scelte di disobbedienza istituzionale, almeno dalle nostre parti. Infatti, per quanto criticabile sia un certo approccio da “sinistra” alle tematiche già citate, e da “società civile” nel rifiuto delle scelte di questo governo, il verificarsi di questi scontri e la polarizzazione che ne consegue stanno anche radicalizzando (rabbia) alcuni di questi settori. E questo male non fa in territori in cui serve tener vivo e saldo un sentimento antileghista.

Dall’altro lato – ed è la seconda questione – interesse desta anche il ripetersi di una dinamica di scontro “geografico” tra città e Stato centrale. Non è questa la sede per approfondire il tema ma basti qui notare come, anche in questo caso (e sempre più spesso di recente), gli interessi delle comunità, di enti e istituzioni locali, dei territori collidano con quelli dello Stato centrale. E questo è di grande interesse visto il tentativo in atto da parte di Lega e M5S di rigenerare una qualche idea di “statualità necessaria”.

Detto tutto questo non possiamo non specificare come palesi ed evidenti siano i limiti di attori politici quali Leoluca Orlando e chi al momento lo sostiene in questa contrapposizione di posizioni rispetto al Ministro dell’interno. Perché continuano a dimenticarsi – e dovrebbero cominciare a maneggiare di più – tutte le parti del decreto sicurezza che colpiscono chi protesta, chi si ribella alle condizioni di vita imposte o chi tira a campare. Neanche gli occupanti di case hanno diritto alla residenza, migranti o meno che siano. Ma potremmo parlare anche degli innumerevoli diritti negati nella città che (non dimentichiamoli mai) conta il più alto tasso di disoccupazione giovanile d’europa e vede partire per andare chissà dove migliaia e migliaia di giovani ogni anno.

Ancora oggi lo scontro, tra i due, sembra andare avanti sul tema delle ville confiscate alla mafia che Salvini dovrebbe consegnare ai palermitani. Resta da vedere, dunque, come continuerà questo scontro per capire chi è più determinato, chi più astuto, chi si sta solo giocando partite elettorali….

Intanto ogni occasione è buona per un fortissimo “suca” verso il caro Salvini.

e risi come chi molto ha pianto

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Giornate così..

giornate così

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