Una cosa è contare morti  feriti dopo  l’improvvisa e inattesa esplosione di un terremoto ( in una zona con pochi rischi tellurici), un ‘altra è contare le vittime dove tutti si aspettano, da un momento all’altro, una seconda catastrofe. Un evento simile  che riguardava maltempo e inondazioni, è accaduto recentemente a Genova : un disastro abbondantemente annunciato, ma preso sottogamba ha prodotto un ulteriore tragedia. L’Italia non si è ancora familiarizzata con la prevenzione, un fatalismo colpevole e superficiale sembra far parte del nostro dna, Dove ci vuole prudenza, rigore, organizzazione e realismo, ci sono invece presapochismo, incoscenza e superstizione. Non sappiamo gestire le emergenze, le difficoltà sembrano ottundere la mente di chi è chiamato a tenere sotto controllo i pericoli. Queste nuove scosse in Emilia, già “telefonate”, hanno creato ancora più vittime che a questo punto potremmo chiamare quasi martiri. Sembra impossibile. Ci rendiamo conto che si tratta di fenomeni eccezionali, ci rendiamo conto delle difficoltà oggetive dell’impresa, ma quando è alta la possibilità che il dramma si ripeta, è d’obbligo farsi trovare impreparati. Martedì sono stae colpite altre persone sul lavoro, in capannoni sbrigativamente costruiti in anni disinvolti, e già lesionati dalla scossa del 20 maggio. Bastava una spallata per buttarli giù, ma in spregio ad ogni senso di responsabilità si è sfidato il fato, con lo spirito dei giocatori di carte per i quali o la va o la spacca. Troppa  improvisazione. è come se mancasse una testa all’apparato che deve predisporre un piano d’emergenza e di precauzione. La terra continua a tremare pericolosamente, creando disastri dove c’è precarietà e fragilità, dove i crolli sono più prevedibili. Alla popolazione bisogna offrire strumenti di difesa, rifugi, alternative, almeno fino a quando è in vigore l’allarme. Gli sforzi finora compiuti non sono stati sufficienti a scongiurare gli effetti devastanti della nuova tragedia.Il sospetto che agli italiani manchi la cultura della prevenzione e della gestione delle calamità naturali trova conferma nei modi in cui si sono recentemente  affrontati anche le alluvioni e le nevicate invernali. Per quale ragione il nostro paese debba essere condannato all’abborracciamento e all’approssimazione, resta un mistero. Forse il troppo individualismo penalizza quel senso civico che ci dovrebbe far sentire tutti cittadini, appartenenti ad una comunità che protetta e difesa.

In quarant’anni danni per 147 miliardi di euro. Ne sarebbero bastati 25 per la sicurezza

 

 

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