Una volta erano semplicemente i cretini. Oggi sono quelli che ne sanno di più, sempre un passo avanti, che conoscono i retroscena, che ti guardano e ti dicono ma che ci credi ancora? che sanno come vanno le cose del mondo, che loro sono disillusi e tu sei fesso, i campioni del bar, quelli che conoscono i mercati, quelli che hanno certezze incrollabili, quelli che non hai un linguaggio condiviso per dirgli “no, non è così”, “la logica dice che..”, “ma la storia ha insegnato che…” e ti rispondono con una sospensione in fondo di frase “ah la storia, ne dice di cose la storia, e chi l’ha detto che sia così?”, provi a ribattere “ma c’è scritto sui libri di storia…” e allora ti guardano come a dire che non hai capito niente, è che non capisco perchè non mi spiegano mai quel loro sapere superiore fatto di sospensioni e di domande in risposta a domande.
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C’è anche l’Italia del 13 dicembre. Ha la pelle nera e gli occhi aperti nella notte triste. Moustapha Dieng è un reduce. Partecipò, senza volerlo, senza saperlo, alla guerra di Gianluca Casseri, che il 13 dicembre dell’anno scorso uscì armato dalla sua casa fiorentina in piazza del Terzolle. Dopo un “giro” di pattuglia, tornò verso piazza Dalmazia, intenzionato a uccidere. Lo fece: a bruciapelo. Colpì a morte Samb Modou e Diop Mor. Più lontano, al mercato di San Lorenzo, ferì gravemente Sougou Mor – che ebbe le braccia fracassate, messe come scudo fra sé e i colpi – e Mbenghe Cheike. Poi si rivolse la Smith & Wesson 357 magnum e si sparò, convinto che la sua opera folle, fascista e razzista fosse stata compiuta con maggiore ampiezza: Moustapha Dieng sembrava morto, a terra in un angolo erboso della piazza, senza fiato e senza sguardo. Ma era vivo.
Moustapha è un ricordo di quel giorno. Come la lapide che il comune ha fissato in quel pezzetto della piazza, in mezzo ai due promettenti alberi, il baobab (pianta della terra d’Africa) e l’Ulivo, con le sue foglioline pacifiche. Poi c’è questo ragazzo un tempo alto, bello, allegro e che adesso può essere seduto o sdraiato, non conosce altre posizioni e non ha passo. Sorride, sì, spesso e per rassicurare gli altri, ma non ride più. Il proiettile è il confine della sua vita: è un uomo presente nelle sue facoltà dal punto della lesione in su, è assente dalla ferita in giù. E’ tetraplegico, il corpo non risponde più al cervello, ai nervi. Ha perso la voce, la trachea è stata compromessa e poi trapiantata, ma il suono non arriva alla bocca: per emettere un verso più esasperato che netto serve che qualcuno gli prema con un dito sulla laringe. Ha salvato appena le mani (non le dita, a parte i pollici). Guarda negli occhi, e fa un gesto avvicinando la mano – sempre stretta – verso il cuore, rimbalzando sullo sterno, per trasmettere affetto. E’ il suo modo di salutare.

Nella sala d’aspetto c’è tutto il suo piccolo mondo: il fratello Ndega, c’è Madiagne Ba, uno dei più attivi nella numerosa, benvoluta comunità senegalese. Mustapha  ha fatto così posto nella sua stanza a un computer che lo abbottona alle cose ormai troppo distanti. Con quello comunica, chattando con i volontari di alcune comunità, giornalisti che si sono interessati a lui dopo il fattacccio e puri e semplici internetnauti. Segue il suo sport preferito, una lotta tipica del Senegal, e controlla i risultati della Nazionale di calcio con Madiagne: “Sono individualmente forti, i più bravi d’Africa -scrive- ma non riescono a essere squadra”. Nella stanza, ancora: un televisore appeso al soffitto, per essere visto dal basso verso l’alto, da allettati, e un monitor per far sapere ai dottori quanto pompa il cuore. Per arrivare nell’unità spinale si cammina per un corridoio lungo e non sempre rettilineo. L’ultima svolta è a destra, la prima porta a sinistra è l’uscio di casa di Moustapha. Che non sa quanto ancora dovrà vivere qui. Fa molta ginnastica ma non serve a guarire: sono pazienti dannati, possono solo difendere quelle poche funzioni rimaste, allenarle per non perderle. Ma la degenza non li cura. Non succederà.
Madiagne Ba e Moustapha non si conoscevano. L’uno si arrangiava in città (ambulante, facchino, sguattero) e l’altro vendeva abbigliamento a Cascina, nel Pisano. Gli spari in piazza Dalmazia sono l’inizio della loro amicizia. A Ndega invece mancano le serate insieme nella piccola casa di Cascina, con gli altri cinque amici inquilini, a parlare di tutto, a riposare quando la stagione li fa chinare per ore a terra, a raccogliere la verdura. Moustapha ricorda bene quella telefonata, il 13 dicembre, la mattina. Imponeva un cambiamento di programma. Gli chiesero di andare a Firenze perché al mercatino i clienti cercavano un giubbotto e lui lo aveva fra la sua merce. Moustapha andò. Il destino chiama, ed è lì, puntuale e stronzo. Il ragazzo va in piazza Dalmazia, lascia il giubbotto e sta per ripartire. Una sosta di cinque minuti. Il proiettile è più veloce. La città è angosciata. I senegalesi sono carne di Firenze, è la prima e la più amata comunità straniera, tanto che il suo storico rappresentante (Pape Diaw) è stato consigliere comunale.

Ma il dolore passa e, se serve invece qualcosa che resti, non è mai una cosa buona. Perché quando il dolore è superato si porta via pure l’emotività, che è benzina della buona volontà. Nei giorni scorsi, con l’uso dei pollici e del computer, Moustapha stava navigando su Internet quando ha letto della manifestazione dei neo-fascisti di Casa Pound a Roma, dove si presenteranno anche alle elezioni (“Potete non votarci” e “L’unico voto utile” dicono minacciosi e beffardi i loro manifesti); ha letto che a Miturno, nel Sud Pontino, già sono nel cuore dell’amministrazione comunale con la figura di Marco Moccia (già denunciato per un’azione del dicembre 2009 al Liceo Scientifico “E.Fermi” di Gaeta, durante la quale vennero buttati dalle finestre dei libri imbrattati di colore rosso); ha letto infine dell’irruzione violenta di un gruppo di Casa Pound a una festa di Pontedera, dove l’amministrazione stava concedendo la cittadinanza onoraria alle figlie ed ai figli dei migranti nati in quel comune. Per chi non lo sapesse, per Casa Pound simpatizzava Gianluca Casseri, l’assassino dei senegalesi.

(via kon-igi)