La scala era perfettamente sicura, fissata a rotaie in alto e in basso,

ma io la tenevo con entrambe le mani,

per nessun altro motivo se non quello che istintivamente ti spinge a tenere una scala quando qualcuno ci sale.

Feci anche un’altra cosa istintivamente, senza pensarci.

Guardai.

Quello che vidi non l’avevo mai visto prima, non in quel modo.

Il suo posteriore, due pani dorati e tondi, un solco mozzafiato fra loro,

e un ciuffo di peli che sembravano truciolato di ottone.

Per tutta la vita mi ero soffermato a rimuginare e a ponderare sulla deprimente bruttezza di quella zona,

 avendola intravista soltanto sotto i vestiti di mia madre e delle mie zie,

spaventosa come un nido di topi,

scialba come i rifiuti che l’aspirapolvere risucchia, oscena ma obbligatoria,

terribile confronto al quale prima o dopo doveva sottomettersi ogni uomo.

Non c’era da meravigliarsi che le donne la tenessero nascosta.

Non c’era da meravigliarsi che fosse un peccato guardarla,

un peccato desiderarla, e un peccato ancor più grave penetrarla a meno di non essere sposato.

Eppure eccola lì sulla scala, a un metro e mezzo sopra di me,

una nuvola bronzea che fluttuava nella tenda della gonna,

con la luce del sole che la colpiva attraverso i vetri sottili della finestra come se fosse stata elettrica,

e io ne ero ipnotizzato.

Poi sentì la sua voce: E’ l’espressione più stupida che abbia mai visto in vita mia.

Guardava in basso verso di me con un sorriso letale.