Gli italiani predicano una morale eroica e ne praticano una accomodante. Vorrebbero che gli altri facessero ciò che loro non sanno o non vogliono fare. Si convincono di essere quelli che non sono per il solo fatto di pretenderlo. Nell’arte di scaricare i barili non hanno rivali , come in quella di arrangiarsi, che nei secoli è sempre stata la loro specialità. Una specialità che gli ha consentito di sopravvivere a tutti i rovesci, a tutte le intemperie sociali, a tutti i mutamenti di regime. hanno il compromesso nel sangue, perché nel sangue hanno l’equivoco. Ne hanno viste troppe, e qualcuna anche fatta. Sono stati per secoli in balia dello straniero, al cui servizio, volenti o nolenti, si sono sempre messi, grazie a uno spirito di sopravvivenza che l’uomo ha nel bisogno estremo.  Per secoli, al tempo dei romani, di cui rivendichiamo la consanguineità mentre nelle nostre vene scorre la linfa barbara e straniera, siamo stati conquistatori. Poi siamo diventati conquistati. Allergici alle posizioni note, che c’interdicono le vie di scampo, preferiamo barcamenarci, stare con un piede di qua e uno di là, meglio se in mezzo, equidistanti dagli estremi. Non ci bruciamo mai i vascelli alle spalle per paura di rimanere a terra, in caso di drammatiche emergenze. La famiglie è la roccaforte, l’inespugnabile bastiglia delle nostre debolezze e delle nostre ignavie. E’ la nostra nutrice e tutrice, assertrice dei nostri diritti, che spesso sono solo privilegi, e indice di veri o immaginari torti subiti. La famiglia, che, in questi ultimi lustri è molto cambiata, secolarizzandosi, se non ha più la forza coesiva e l’autorità gerarchica di un tempo, è pur sempre un solido baluardo. Un baluardo che è insieme il bastione più antisociale. Anche per questo, ma non solo per questo, siamo disperatamente privi di senso civico, di lealismo verso quelle istituzioni che sono i capisaldi di una democrazia consolidata e moderna.  Ma la nostra non è una democrazia. E’ un regime sgangherato e smidollato, inetto e talvolta reietto( pensate ai due marò sequestrati e lasciati languire in India). Un regime dove tutti sognano di aggirare leggi (ma 200mila sono francamente troppe) e tutti vorrebbero evadere o almeno eludere le tasse, che in Italia non sono tasse,  ma proditori colpi di machete sui nostri risparmi. (Se ancora ce ne sono rimasti). Il senso dello stato presuppone uno stato. Vuoi lo vedete uno Stato? Voi lo sentite uno Stato? Come si fa a rispettare qualcosa che non c’è. Cavour sulla carta, ma solo sulla carta, lo ha messo insieme, con una èlite di 20 mila intellettuali, proprietari terrieri, avvocati, professionisti del nord, soprattutto piemontesi, alle spalle e sulle spalle di 30 milioni di italiani, all’80% analfabeti, che di stato non avevano alcuna nozione e quindi credevano di non sentirne la mancanza. Ma gli italiani predicano una morale eroica e ne praticano una accomodante perché , consapevoli o no, non sono laici. E non sono laici perché non hanno avuto la più rivoluzionaria e salutare riforma del ‘500 che è stata quella protestante e, ciò che è peggio , hanno avuto la Controriforma. Se la mancanza di uno stato non ci ha trasformato in cittadini, ma ci ha lasciato nella deplorevole e mortificante condizione di sudditi, la presenza  capillare e oppressiva della chiesa non ha fatto di noi un popolo di fedeli, ma un gregge di pecore, pusillanimi e infedeli, ambigue e docili, più intriganti che intraprendenti. E così invece di secolarizzarsi, ci siamo vieppiù clericalizzati. Se l’Italia oggi non funziona è anche perché queste lacune non sono state colmate, questi bubboni incisi e spurgati. Disamine da disfattista? Può darsi. Ma da disfattista che dice la verità.