Meravigliarsi delle piccole cose
è la filosofia degli umili,
la voce profonda del cuore,
l’amore pieno di silenzio,
la perfezione della luce
che ci avvolge.

Meravigliarsi delle cose
è guardarsi negli occhi,
maturare nella ricerca
vivere la semplicità.
È essere se stessi.

Meravigliarsi delle piccole cose
è l’antitesi dello spettro
dell’oscurità.
È la luce del giorno
racchiusa nelle mani
che ti ascolta
e ti spinge lontano.

(Giuseppe Bartolomeo)

«È dentro di noi un fanciullino»: apre così Pascoli il suo saggio del 1903. E questo fanciullo, anche quando non parla e si nasconde, continua a restare identico a se stesso mentre l’individuo cresce e invecchia. I suoi occhi e la sua voce, la sua capacità di meravigliarsi e di emozionarsi sono la fonte di ogni vera poesia. L’adulto si socializza, si convenzionalizza. Recita la sua parte accettando le regole della comune indifferenza. Ma lo squillo di quell’infantile campanello interiore, quel «tintinnio segreto» i poeti continuano a sentirlo. Quel fanciullo perpetuamente capace di «stupore» e di «curiosità» altera le dimensioni reali per vedere meglio le cose, per scoprirle ogni volta di nuovo. «Il nuovo non s’inventa: si scopre» dice Pascoli. E il più intenso sentimento poetico «è di chi trova la poesia in ciò che lo circonda». La sola utilità morale e sociale del poeta è in questa capacità di meravigliarsi. «Ma noi italiani» aggiunge Pascoli «siamo, in fondo, troppo seri e furbi, per essere poeti». E la serietà dei furbi, come sappiamo, è un pericolo pubblico (lo è ormai perfino in poesia).