LE CRISI di vocazione avvengono quando, per fare parte di un istituzione, sono talmente tali e tante le restrizioni e le privazioni cui sottostare, che si preferisce soprassedere. Presto anche le più blasonate e sacre corporazioni, dinanzi a vacanze incolmabili, dovranno decidere se limitare ancora gli accessi o uscire da retaggi spesso medioevali a aprirsi a un modo più moderno di concepire ogni missione. Il paragone mi è servito perché, in queste ore, quasi centomila ragazzi saranno chini su astrusi test d’ammissione alle facoltà più gettonate al solo scopo di limitare l’accesso allo studio. Vi ricordate quanta paura la ” primavera prima degli esami”? Ogni volta che qualcuno da marzo in poi nominava  la parola maturità  ci batteva forte il cuore. Adesso noi, finalmente “maturi” (insomma mica tanto), chiediamo ad una schiera di 18enni la verifica sulla loro vita futura compilando un prestampato partorito da qualche cervellone dell’alta burocrazia scolastica. Sarà forse perché noi stessi ancora non abbiamo capito che cosa ci piacerebbe fare da grandi che ci accaniamo così sui nostri ragazzi?

RICORDO appena che un articolo della nostra bistrattata Costituzione recita <Ognuno ha diritto ad un istruzione(….)L’istruzione tecnica e professionale, dovrebbero essere generalmente fruibili, così come pure un’istruzione superiore dovrebbe essere accessibile sulle basi del merito>. E, se anche ci schermassimo dietro all’accesso meritocratico, vi sembra davvero che una paginetta di test in una mattina d’aprile riesca a farci capire quanto quel giovane  sarà capace in una professione non facile come salvare una vita  o costruire case? Torniamo alla selezione naturale che le università italiane erano capaci di fare dopo solo pochi mesi di corso : chi era predisposto andava avanti, chi non lo era cambiava facoltà o prospettiva di vita: Non inventiamoci alibi d’accesso che servono soltanto a creare crisi di vocazione di cui l’intera comunità dovrà presto pentirsi. La schiera di giovani maturandi è un baluardo solido su cui costruire  il futuro. Non abbiamo alcun diritto— e neppure quello costituzionale a mio modesto parere—–di allontanarli dal (loro) mondo che verrà