Quando Rino spiega meglio le cose – Ad esempio a me piace il sud

Ad esempio a me piace la strada
col verde bruciato, magari sul tardi macchie più scure senza rugiada coi fichi d’India e le spine dei cardi 

Ad esempio a me piace vedere 
la donna nel nero nel lutto di sempre sulla sua soglia tutte le sere che aspetta il marito che torna dai campi 
Ma come fare non so 
Si devo dirlo ma a chi 
Se mai qualcuno capirà 
sarà senz’altro un altro come me 
Ad esempio a me piace rubare 
le pere mature sui rami se ho fame e quando bevo sono pronto a pagare l’acqua, che in quella terra è più del pane 
Camminare con quel contadino 
Che forse fa la stessa mia strada 
parlare dell’uva, parlare del vino 
che ancora è un lusso per lui che lo fa 
Ad esempio a me piace per gioco 
tirar dei calci a una zolla di terra 
passarla a dei bimbi che intorno al fuoco cantano giocano e fanno la guerra 
Poi mi piace scoprire lontano 
il mare se il cielo è all’imbrunire 
seguire la luce di alcune lampare 
e raggiunta la spiaggia mi piace dormire

Katia è stata la prima ragazza che mi sia piaciuta veramente. Invece io a lei non piacevo per niente. Era una di quelle ripetenti croniche che incontri durante gli anni delle scuole medie e che solitamente escono dal tunnel delle bocciature quando tu stai discutendo la tesi della maturità. Quando l’ho scoperto ne ho istantaneamente subìto il fascino. Il fascino indiscreto del proibito sì, del peccaminoso ma anche di quel proletariato umano che poi avrei compreso, anni dopo, studiando Pier Paolo Pasolini. Senza cioè tutte quelle impurezze che la cultura scolastica, piccola e borghese, ci inculca nelle teste privandoci di quella purezza un tempo forte e istintiva.
Katia aveva i capelli rossi come un fuoco d’artificio, che le rimbalzavano a fasci quando correva per i corridoi o saltava durante le ore di educazione fisica. Le sue gambe erano lunghe e ben fatte, nonostante qualche cicatrice ereditata dai suoi trascorsi turbolenti. Fu la prima ragazza che osservai in minigonna, come dire il primo pezzettino di cioccolato mangiato da un lattante o il bicchiere della staffa prima di congedarsi dagli amici per un lungo viaggio. I suoi occhi erano grandi, accesi, di un celeste turchese che tendeva al ghiaccio durante le giornate di sole, allora diventavano sognanti e assenti.
Quando intuii che non le sarei mai interessato ci rimasi molto male. Ma in breve tempo mi convinsi che alla fine essere ignorato, umiliato e rifiutato da Katia non fosse poi un dramma. Dagli undici ai quattordici anni è un gran bel pezzo di vita, pieno di ottusità e oblio. Si dice che in quei tre anni lì si sia ancora in grado di affrontare le cose con genuina noncuranza. C’è chi sostiene che avvenga per permettere ai nostri occhi di abituarsi alla vista, di corazzarsi davanti allo stupore. E’ l’ultimo rantolo di ingenuità prima che i mostri da dentro gli armadi si rimpiccioliscano in pessimi mariti e madri colpevoli.
A cavallo degli anni Ottanta, quando internet lo usava solo la Regina Elisabetta per spedire email alla sede del Royal Signals and Radar Establishment, era piuttosto difficile trovare qualcuno che ti passasse al primo colpo un disco dei Sonic Youth. L’approccio indie alla materia musicale non era ancora pervenuto in larga scala. Il padre del tuo compagno di banco, la zietta scafata, il parrucchiere sotto casa, insomma chiunque avesse un po’ a cuore l’idea di non farti sprofondare nella Lambada dei Kaoma, di solito ti mollava un caposaldo. Fabrizio De André il primo, i Velvet Underground la seconda, i Doors il terzo. “Stai zitto e impara”. Il senso, dovendo riassumere, era questo: accendi lo stereo, metti su il disco che ti ho dato e apprendi.
Non sfugga il verbo. Dovevi capire. Ma cosa, se durante gli anni delle medie il vocabolario più in uso tra i ragazzi sembra essere il Cherubini/Jovanotti? Così tornavo da scuola, mi sparavo un paio d’ore di storia, un’accesa battaglia tra simple past e present perfect e poi via, a cercare di capire come conquistare Katia con le canzoni contenute in Storia di un Minuto della PFM. Capirai. “Quante gocce di rugiada intorno a me, cerco il sole ma non c’è… / Dorme ancora la campagna, forse no,
è sveglia, mi guarda, non so
”. E se imparassi a ballare la Lambada? Poi un compagno di classe di mia sorella con la faccia da Elliott Smith fatto di crack e un cognome profetico come Bigiantini, da “bigiare”, si pose come punto di congiunzione tra il mio goffo amore non corrisposto e Katia.
In rigoroso ordine cronologico mi passava tutta la discografia di Rino Gaetano. Io l’ascoltavo. Che cosa potevo fare, del resto se non ascoltare? Quando mi portò Ingresso Libero non capii più niente. Vinile apribile dal vago sapore di modernariato cantautoriale, cosa non da poco: con i testi. La copertina ritrae Rino Gaetano sfocatamente mentre cammina davanti a un muro di mattoncini della sua prima casa a Roma e su una porta è appeso un cartello con il titolo del disco. Si ironizza, con un involontario omaggio a Nick Drake fotografato da Keith Morris qualche anno prima, sull’entrata del cantante calabrese nel mondo della musica. Quando poi partì l’attacco di Tu, Forse Non Essenzialmente Tu andai letteralmente fuori di testa. Dopo un intro di chitarra dal vago sapore Rosa Fluido, Rino, nonostante una dialettica assai colloquiale, si dimostra un grande songwriter.
Tu, Forse Non Essenzialmente Tu è una canzone che mescola filosofia da salotto a fatti quotidiani, facendo degli avverbi il punto cruciale per la comprensione dell’intero testo. Possiamo infatti trovare “riferimenti alla concezione del tempo e alla sua inutilità irriversibile”, come analizza Maurizio Becker, e nel contempo “la narrazione di un sentimento, fatto di circostanze reali, concrete”, come scrive Vincenzo Minocci riferendosi allo storico bar “Barone” o al “6O” notturno che dalla periferia nord-est della Capitale arriva a piazza Venezia; ma su tutto l’humus vitale del brano è dettato dallo scandire degli avverbi frasali: essenzialmente, decisamente, confidenzialmente…
Diciamocelo, è un’idea semplice ma non è affatto male. Ingresso Libero è il padre rinnegato di mezza discografia nostrana attuale e Tu, Forse Non Essenzialmente Tu è la summa perfetta degli strani pensieri che si fanno davanti all’imbarazzo di un amore inconfessabile o all’umiliazione di un amore non ricambiato. Un passetto avanti e uno indietro, per paura di essere troppo indiscreti quando si pansa che almeno “l’amicizia c’è”. Il migliore elucubrare bislacco che si possa sentire, perché contiene al suo interno dignità, imbarazzo e un candore ai limiti dell’autolesionismo. Pretende attenzione e strilla, ma lo fa con empatica goffaggine. Non le ho mai dette a Katia tutte queste cose. Un gesto che potrebbe sembrare straordinariamente idiota, per uno che passava i pomeriggi cercando le parole giuste nei dischi sbagliati, ma a mettere freno a ogno mio ipotizzabile intento fu la diretta interessata. Venni sputtanato da una sua amica e la sua saggia replica fu sollevarmi a cinque centimetri dal suolo. “Se sento in giro voci strane su di noi io ti ammazzo”. E lo avrebbe fatto. Sicuramente.

Un pezzo su Rino si reblogga sempre.