NON SO DOVE si annidi la colpa ma, come la virtù, la colpa è sempre nel mezzo. Saranno le scriteriate ingerenze umane nella natura, il mutamento climatico nel quale,  come ormai in tutto c’è lo zampino dell’uomo. Fatto sta che da qualche tempo la pioggia, quella di “Singin in the rain” quella che coccola la domenica mattina, quella che fa respirare la vegetazione, ha iniziato a uccidere con straordinaria frequenza. Per quelli poco più grandi di me, ( anche io vagamente ricordo) l’alluvione di Firenze è un ricordo indelebile, un fatto epocale e irripetibile. I fatti irripetibili si ripetono oggi con una cadenza impressionante. IN QUESTA pazza estate non passa giorno senza allagamenti, morti e tragedie sfiorati per un pelo. Ieri è toccato alla provincia trevigiana : una festa di paese, la speranza che un semplice telone possa riparare dalla furia della natura.  E invece l’acqua non conosce ostacoli, gonfia, travolge, sposta, assale. Persone che chiedono aiuto in una notte illuminata dai lampi e poi il silenzio, l’acqua che lentamente si ritira, lasciando un manto melmoso che odora di morte. Tutto ritorna alla normalità. NON voglio rivangare tasti già troppo suonati, ma quanto costa in termini di vite la felicità apparente nella quale ci sentiamo sordi protagonisti? E ancora, quanto costa, in denari chiudere la porta aperta della stalla dopo che il gregge è scappato. Speriamo che qualcuno si accorga prima o poi che prevenire, come recita l’adagio, è meglio che curare.  E che bruciare ogni risorsa in un baleno significa diventare tutti più poveri, anche i più ricchi tra i ricchi. A ME DISPIACE quando sento ripetere che un complesso capace di uccidere regala posti di lavoro e occupazione. Il lavoro è un diritto, la morte no. La morte e il depauperamento  del bene comune non ammettono giustificazioni. Un posto, mille posti di lavoro, non valgono una nuvola che oscura il sole prima di vomitare acqua su una festa di paese. Ci vuole rispetto per ogni cosa che ci circonda e dobbiamo maturare la convinzione  che non siamo i plenipotenziari del pianeta, ma un semplice ingranaggio parte di un universo assai fragile. Ci vuole rispetto per la natura, perché questo significa avere rispetto per noi stessi e per quelli che verranno. Spesso parliamo di loro con gli occhi sognanti di genitori innamorati, ma con quali occhi consegneremo loro un mondo che si sta ribellando  a secoli dissennati? Ci vuole rispetto per ogni cosa a noi cara per non ritrovarci, oggi ancora una volta,  a patire il rispetto per i morti.