“Il livello di analisi, qui come altrove, è quello di un tema scolastico di uno che la butta in vacca. Una concezione fumosa della storia, della geopolitica: una supercazzola. È tutto collegato è un’altra espressione chiave: nella prospettiva renziana è sempre tutto collegato. Ossia i collegamenti non sono mai cogenti, polari, ma onnifunzionanti. Questo accade perché la sua logica non è argomentativa ma associativa. Simula una elaborazione o spesso una sintesi, come nelle frasi precedenti, ma non la attua mai. Spaccia un’accozzaglia, un’incapacità di districare la complessità, per un’analisi fatta e compiuta.”

“È l’era dell’ottimismo, come recitava un vecchio slogan new age di Farinetti, uno dei relatori principali della kermesse fiorentina. E Renzi non parla di dati, numeri, statistiche, non sottilizza: se un discorso diventa troppo complicato si schermisce, non ci capisco niente nemmeno io di ’sta roba.”

“Se Renzi non parla l’inglese, Camusso non parla l’italiano, almeno non parla la lingua di un quindicenne, e nemmeno di un quarantenne. Legge il suo intervento scritto in una lingua spigolosa, piena di farragini, lo sillaba quasi invece di parlare a braccio, e in più lo fa in tono monocorde, non spiegando nulla del lessico che usa (termini come “arbitrato”, “collegato lavoro”… rimangono oscuri a chi non frequenti le assemblee sindacali, ossia a molte delle persone che popolavano il corteo e la piazza di sabato scorso).

È uno strazio starla a sentire dopo aver attraversato una Roma imbandierata di rosso. Renzi o chi per lui ha veramente gioco facile a impallinarla: quando Camusso risponde alle boutades renziane, lo fa con il tono di una sessantenne che si trova a suo agio in una scenografia di partito da dopoguerra e che vuol mostrare di essere à la page usando un gergo giovanile; ma soprattutto – empaticamente, nonostante la maglietta rossa indossata – parla del “futuro dei nostri giovani”, come una nonna bonaria che andiamo a trovare la domenica e che si concede di preoccuparsi dei nostri problemi.”

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