è così che si dovrebbe vivere
in autunno
liberi d’essere deboli e sfatti
in letti disfatti
perché disabituati al freddo
e all’umido
di pianure rubate alle paludi.
giusto vivere
in terre buone per insetti o anfibi?
noi siamo
magari molluschi o sanguisughe
o bisce o serpi
ma comunque di terra secca
o di mare.

homo homini vermis
poi a volte siamo anche umani
comunque animali ma
chi l’ha detto e quando
che noi non dovessimo andarci,
in letargo?
non abbiamo pelliccia o piume
grasso sì, ma non abbastanza
a meno che non sia
patologia.
intelligenza poca
se non quella con cui creiamo il filo
e lo intrecciamo
piante o velli che si fanno trama e ordito
e poi l’ingegneria
di chi cuce insieme le pezze
per farne lenzuola e coperte
da asciugare
col braciere
sotto il materasso
e il fiato sopra
mentre, nell’ambiente
volteggiano odori di camino e di castagne
nella grande stanza umida di campagna
in questo autunno ottocento e
noi così dovremmo viverlo
da soli
a letto
in un mezzo letargo
di pensieri confusi come il fumo della legna
e di parole che echeggiano nella penombra
intervallate da scopate e abbracci
e sogni di mare e fiammate e stanchezza a ondate
gli occhi sempre liquidi di sonno
immersi nella mollezza serale
protetti
nel fortino inespugnabile di due corpi
e altrettanti cuscini
col mondo che non ci vuole
e noi che lo ricambiamo
vieni
dormiamo.

Il profumo del mare

aiuta a pensare

ma fin qui non arriva

qui c’è troppa foschia.

Pure qui, pure qui.