Quando è arrivata la notizia dell’ultimo naufragio di un barcone di migranti al largo di Lampedusa, pur non essendo cattolico, ho deciso di andare in chiesa. Non in una chiesa qualsiasi, ma da Nostra Signora degli immigrati, al secolo Francesca Cabrini, la cui memoria è venerata in una parrocchia a Washington Heights, esattamente dall’altra parte di Manhattan, 15 fermate sulla linea A. Durante i 45 minuti di viaggio in metropolitana ho ricapitolato i fatti principali riguardanti la mia destinataria.
Francesca Cabrini è stata la prima santa d’America, anche se è nata in Lombardia, naturalizzata cittadina degli Stati Uniti a inizio Novecento.
A lei è intitolata, quasi segretamente, la stazione Centrale di Milano[…]
[…]la suora che voleva convertire la Cina, ma  Papa Leone XIII le disse: “Non a Oriente figlia mia, a Occidente. Tra gli immigrati italiani di New York”.
“New York è troppo piccola!”.
“E gli Stati Uniti? Quelli le bastano?”.
“Per me il mondo intero è troppo piccolo”.

Lo era anche per gli italiani: ce n’erano ovunque. Ma da nessuna parte come negli Usa. Quando la loro futura patrona arrivò, nel 1889, ne sbarcarono 50 mila l’anno. A inizio Novecento la cifra salì a 200 mila. Non esattamente benvisti. Nel 1892 madre Cabrini andò d’urgenza a New Orleans. Una banda di italiani era accusata di aver ucciso il capo della polizia. Al processo tre furono condannati e undici assolti, ma non immediatamente scarcerati. Al grido di “morte agli italian!”, la folla assaltò nottetempo la prigione. Il personale di guardia fece finta di resistere e di soccombere. I detenuti erano siciliani e questi li faceva ritenere inevitabilmente mafiosi, criminali, colpevoli. Furono trascinati fuori e linciati. Vennero impiccati ad alberi e lampioni da cui penzolarono per diversi giorni, come monito e deterrente. La lezione che politici e commentatori ne trassero fu: bisogna limitare l’immigrazione.
Oggi New York ha un sindaco e il suo stato un governatore, entrambi di origine italiana.
In Italia per molti ogni arabo e potenziale terrorista e la soluzione di ogni problema sta nella chiusura dei confini. […]
[…] Alzo gli occhi e vedo entrare una coppia di latinoamericani.
I due anziani pregano, rivolgendosi alla santa nella scatola luminosa. Uscendo nel corridoio mi raccontano di aver chiesto la grazia di una green card per il figlio di una sorella, arrivato a New York da poco e, par di capire per vie non legali. Dicono che un ragazzo nel loro quartiere l’ha ottenuta la green card e non la grazia andando a combattere in Iraq. Ma, aggiungono “purtroppo” in questo momento non ci sono guerre in cui arruolarsi. Passo l’evidenziatore su quel “purtroppo”.
E’ tutto davvero così relativo: quel che si è disposti ad affrontare per ottenere quel che si desidera, chi è considerato pericoloso in un tempo o in un altro, come nelle stesse categorie si trovino stinchi di santo e d’altro genere.

Sulla metropolitana nel viaggio di ritorno sfoglio la biografia di madre Cabrini, scritta da Theodore Maynard. Leggo la sua ultima pagina di diario. Sottolineo un’invocazione: “Rendimi il cuore largo come l’universo”

Gabriele Romagnoli, Nostra Signora degli immigrati (Vanity Fair n°7 – 25 febbraio 2015)

Nostra Signora degli Immigrati era una bad-ass della madonna. (E madreh ci ha visto lungo.)