AL fondo della civiltà di cui siamo figli, quella greco-romana, c’era una divinità che prevedeva l’allentamento calcolato dei vincoli sociali. Era il dio Dionisio per i greci, il dio Bacco per i romani.

La vita di quelle antiche società conosceva infatti una legge di alternanza concepita su una sorta di doppio registro di rigore e di abbandono. Fu Nietzsche in uno dei suoi saggi giovanili, <Apollineo e Dionisiaco> a donarci una prospettiva di sguardo definitiva su quella contraddizione così ricca, mostrandoci come anche le Grandi Dionisie, le feste che nel mese di marzo si tenevano in Atene, si inquadravano per allentare la vita sociale e darle una tregua. Così a Roma i Lupercalia, feste nate all’epoca  in cui i figli di Romolo, e le donne invocavano la fertilità esponendo il proprio ai giovani rivestiti di pelle di lupo. A scorrerla bene tutta la storia dell’occidente è caratterizzata da questa doppia pulsione di rigore ed ebrezza, da una doppia vista  di thanatoos ed eros. Le valvole di sfogo di questa compressione dell’individuo sono state espresse dall’arte, dall’erotismo, dall’ebrezza del vino, e dalla fuga nei paradisi artificiali della droga, in epoca moderna con intenti estetici come nei casi di Baudelaire, Rimbaud Artaud, più spesso con finalità di presa di distanza dal dolore e dalla coscienza. Esiste anche una sindrome di Peter Pan. NON POSSIAMO non inquadrare il tragico fenomeno della recente morte di un giovane per overdose, in una discoteca, che in tale più vasto processo evolutivo della psiche e della civiltà- nell’orecchio mi risuona il magico titolo di Marcuse che a tale dicotomia accennava, testo sacro della contestazione del 68, <eros e civiltà. Che cosa spinge i giovani al ricorso ormai costante alla droga da avere superato la usurata formula della <la febbre del sabato sera>?Perché chi si affaccia alla vita senta la forte tentazione di aggirarla, attraverso il consumo di sostanze che neutralizzino il dolore, la coscienza, la paura della sconfitta, il timore di non essere primi? Pechè temo  di questo si tratti, chiamando in causo un maestro del disagio dei giovani da lui tanto amati, Pier Paolo Pasolini : <Esprimersi e morire o rimanere inespressi e immortali>. La droga come parcheggio temporaneo, poi col tempo scivolato a pausa costante, rinvio perpetuo della verifica di quanto si vale e quindi di quanto non si è capaci, dev’essere il demone tentatore di tanti  ego giovani terrorizzati dalla prova di sé. CHI SI METTE in gioco sa che non avrà una prova d’appello, e sarà per sempre compromesso dal risultato, nell’unica vita che gli è concessa vivere, in un orizzonte sempre più desacralizzato come il nostro. Prova per troppi giovani insopportabile nella società narcisistica che consacra solo il successo.