Un uomo entra in un sontuoso studio di uno psicologo. Si siede, ha il volto segnato dalla sofferenza, gli occhi spenti non nascondono un profondo sconforto. L’uomo confessa allo specialista il suo problema: non è depressione, ma assenza di gioia e sentimenti allegri. Il professionista conosce bene l’uomo, sono anni che inutilmente prova ad aiutarlo, anche tramite medicinali e droghe, senza sortire effetto alcuno. L’uomo è visibilmente scosso e disperato, fissa i propri occhi a quelli dello psicologo, implora una soluzione al suo problema. Lentamente, lo specialista si alza dalla generosa poltrona in pelle e si avvicina a una tabacchiera in ebano, da cui estrae un piccolo cartoccio stropicciato. Spiega all’uomo che ciò che gli sta porgendo è molto raro e non attiene alla branca medica, alle droghe o alla chimica. “E’ qualcosa di.. come dire.. sciamanico” si sorprende a pronunciare egli stesso. “Questa sostanza le permetterà di rubare le gioie altrui, non potendone provare di sue. L’effetto durerà solo il tempo dell’emozione, per quel tempo lei sarà quella persona, poi tornerà in sè. Faccia molta attenzione.” e così dicendo congeda l’uomo. Tornato a casa, il disperato è indeciso sul da farsi, si gira e rigira tra le mani il cartoccio datogli dallo psicologo. “Rubare la gioia di qualcun altro? E’ possibile? E’ giusto?” ma non trova in sè risposta: la disperazione continua ad opprimerlo. Decide di inghiottire una delle capsule presenti nel cartoccio. Deglutisce. Chiude gli occhi. Li riapre. Davanti a lui una ragazza adolescente, sente il cuore scoppiargli in petto, è seduto sul bordo di una fontana. La ragazza si protende verso di lui, intimamente che ha appena rubato la gioia di un primo bacio ad un’altra persona. Terminato il bacio si ritrova nella sua stanza disadorna, il cartoccio in mano e il cuore che ancora pulsante riprende il suo normale battito. Già sente l’effetto svanire, la curiosità e l’angoscia lo spingono a prendere un’altra capsula. Apre gli occhi, è in un letto, attorno a lui medici, un’infermiera gli sta porgendo un bambino appena nato. Lo sente appoggiarsi sul suo seno, il calore, il battito del cuore. Ha appena sottratto a una madre la gioia del parto. Tornato in sè, i dilemmi iniziano a divorarlo. Non può affidarsi a questo, la gioia è immensa, ma è altrui. Posa lo sguardo sulla finestra, molti piani più in basso la strada movimentata e animata come tutti i giorni. Non può sopportare tutto questo, la coscienza e la disperazione lo schiacciano. Apre la finestra, deciso a lanciarsi e ad inghiottire durante il volo una capsula così da provare un’ultima gioia altrui prima di morire. Si siede dando le spalle al vuoto, la capsula tra i denti. Appoggia le mani sul davanzale, si china in avanti ed infine, con una leggera spinta indietro inizia a precipitare. Con un senso di sollievo inghiotte rapidamente e avidamente la capsula. Apre gli occhi, vede il cielo, sente l’aria su di sè. Subito non capisce. Poi, con immenso stupore, realizza: è finito col rubare a sè stesso la gioia di farla finita. Chiude gli occhi. E raggiunge il suolo.