Appare chiaro, sono più le feste che i lavoratori. Non esiste, probabilmente, un argomento cosi serio come quello del lavoro. Però, considerato che da un po’ il “Lavoratore Primo“, nel suo “travaglio creativo“ oltre al pane, ci riserva anche pene quotidiane, ci conviene l’ironia. by Paolo Giardina

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Senza alcuna pretesa storico accademica, anzi con l’ausilio di un pizzico di fantasia, festeggiamo questo Primo Maggio.

Possiamo dire che in principio l’uomo era un lavoratore, nei secoli si è ingegnato, come un Archimede, per scoprire i modi più disparati al fine di lavorare meno.

Con l’inizio di questo secolo e quindi del terzo millennio, una buona parte degli abitanti del mondo, non lavora più.

“Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire”, era questo lo slogan coniato in Australia, nel 1855,  poi condiviso dalla gran parte del movimento sindacale, al punto che, nel 1890 a Parigi il congresso costitutivo della Seconda Internazionale decise di indire una manifestazione simbolica in tutti i Paesi e le città.

Era il 1 Maggio, da allora a parte la parentesi, del ventennio fascista, che lo anticipò al 21 aprile, si festeggia in questa data.

Certo, tra le numerose responsabilità di Benito Mussolini c’è da annoverare anche quella di aver determinato l’apparentamento, l’alleanza, anzi più correttamente l’inciucio, del Primo Maggio e la Sinistra.

Da qui nasce, forse, la distinzione tra il Primo Maggio della piazza ed il Primo Maggio della scampagnata, da un lato la rivendicazione di diritti, dall’altro un sano giorno di riposo.

Lo slogan oggi è cambiato. Allora i lavoratori gridavano “otto ore di lavoro, otto di svago e otto per dormire“, adesso sono aumentate le ore di svago, e si affievoliscono sempre più quelle di lavoro. Ma un altro slogan si impone con estrema prepotenza e tristezza, “16 ore per la ricerca di un lavoro e quindi la notte non si dorme“

Nel corso della storia la condizione del lavoratore è mutata notevolmente, grazie alle lotte della classe operaia, a cui l’intera umanità deve molto, questo è ineccepibile. Basti pensare, che nell’antichità il lavoratore era uno schiavo e nel medioevo servo della gleba, persone legate per tutta la vita alla coltivazione delle terre del padrone. Oggi il rapporto è diverso, ma non ottimale, e la strada appare irta di difficoltà.

Se tutte le rivoluzioni, le proteste, le sommosse nascono dalla fondamentale esigenza di saziare la fame, sono tutte ascrivibili ai lavoratori. Poi, nel ricostruire la storia, in fase successiva, seduti attorno ad un tavolo, tali avvenimenti si ergono a nobiltà, a principi alti.

Come se la fame non fosse il più alto dei principi, di più, l’essenza della vita umana. Però una cosa è sostenere “spinte rivoluzionarie di libertà di una classe oppressa nei suoi valori e nella sua dignità”, altra cosa è dire “spinte rivoluzionarie dovute alla fame, di una classe morta di fame”.

Chiaramente la condizione del lavoratore, va distinta tra occidente ed oriente, e soprattutto nel contesto attuale, tra nord e sud del mondo. Ma qui la discussione si sposterebbe dal piano del lavoro, al piano strettamente politico, meglio lasciare stare, è un giorno di festa.

A proposito di Feste e di Politica.

Abbiamo trasformato il 25 Aprile da Festa della Liberazione a Festa della Resistenza, mentre il Primo Maggio duemilasedici, si ergerà a Festa dei Lavoratori Onesti ed Antirenziani.

Insomma, sempre a dividere l’uno in due, e come si dice in Sicilia, alla fine ci ritroviamo, sempre, “con un pane senza due mezzi“.