… Quindi ripeto che aborrisco violenza sanguinaria e i suoi crimini, che condanno atti terroristici di chi si sceglie vittime rappresentative e simboliche o spara nel mucchio o sgozza gente intenta pacificamente a ascoltare della musica, che biasimo chi li commette da crociato, da soldato di Allah, da mercenario al servizio del dio profitto o in nome, come succede, della coincidenza di due di queste fedi.
Assolto questo compito, non posso nascondere il fastidio suscitato dalla lettura dei giornali, dalle dichiarazioni del premier e del governo secondo la retorica che fa di imprenditori che vanno all’estero in cerca di fortuna, eroi quotidiani, pionieri avventurosi e coraggiosi che tengono alto il nome del Paese e propagano la fama del Made in Italy. Missionari del “sistema Paese”,… dei dinamici delocalizzatori che approfittando di un giorno festivo, spostano aziende e macchinari in territori più propizi.
Con pennellate epiche è stata dipinta l’enclave degli italiani brava gente di Dacca come una domestica “colonia”, portatrice di benessere ed educata, superiore civiltà divulgata in un paese miserabile, conservatore e ostile a laiche e democratiche libertà di culto e di espressione…
Ci raccontano che vivevano tranquilli, grazie alla finora inviolata protezione di uno status privilegiato e alla sicurezza di auto con autisti, case sorvegliate, club esclusivi, proprio come si è sempre vissuto in luoghi separati e preservati dalla cruda realtà di un posto del quale abbiamo sentito parlare diffusamente, per poi dimenticarlo, quando il 24 aprile del 2013 il mondo civile si è svegliato accorgendosi improvvisamente del “lato oscuro” della moda, quando 1.130 operai sono morti e altre 2.250 persone sono rimaste ferite durante il crollo di Rana Plaza, in una grande azienda multinazionale tessile a partecipazione anche italiana.
Ci mostrano i santini commemorativi, presentando questi imprenditori come membri di una onlus nazionale, impegnata a creare lavoro e a fare proselitismo sociale mentre producevano jeans alla cui fabbricazione cucitura erano probabilmente addetti donne e ragazzini, perché certamente non vanno messi sullo stesso piano lo sfruttamento della prostituzione e la pedofilia con la produttività. E pensare che non fu certo un rivoluzionario, ma addirittura un presidente della Banca Mondiale, James Wolfenson a dire che quando una metà del mondo all’ora di pranzo guarda in tv l’altra metà del mondo che muore di fame, c’è qualcosa che non va nella nostra civiltà.
Ma ci sarebbero delle controindicazioni, secondo le nostre agenzie attive nella cooperazione e nell’internazionalizzazione, legate alle infrastrutture carenti, ad un sistema burocratico inaffidabile, al deterioramento dell’ordine pubblico ed alla corruzione. Che poi invece per gran parte degli imprenditori rapaci della nostra contemporaneità, costituiscono il vero appeal, l’attrattiva, perché permettono di fare là quello che ancora non si potrebbe fare da noi, anche se le basi della definitiva globalizzazione sello sfruttamento sono state messe da riforme e politiche, dallo smantellamento dell’edificio di diritti e garanzie.
Nessuno merita di morire, sul lavoro e per il lavoro, nessuna attività dovrebbe contemplare il rischio di essere sgozzato o di cadere da un’impalcatura, o di essere seppellito a dieci anni sotto le macerie di uno stabile. Se ne ricordino quelli che aspirano a fare dell’Italia il Bangladesh.

Contro la disinformazione

Contro la disinformazione

Dormono, mangiano e si lavano all’interno di luoghi di lavoro disastrati. Viaggio tra i piccoli schiavi che confezionano abiti anche per l’Occidente. Gallery.