A Roma, all’alba del 20 settembre 1870, circa 15.000 soldati pontifici, in massima parte zuavi (volontari quasi tutti di provenienza francese, belga o olandese) erano pronti a fronteggiare le mosse degli assedianti, bersaglieri e fanti dell’esercito italiano che aspettavano da giorni la dichiarazione di resa dello Stato pontificio.

Alle 9 del mattino si udì il segnale dato da un generale piemontese, Raffaele Cadorna. Poi, nell’aria si diffusero il frastuono delle cannonate e il rumore del crollo del tratto di mura che si stende a qualche decina di metri da Porta Pia. Di fatto, i difensori non opposero resistenza. Il dominio temporale dei papi terminava dopo più di 1000 anni.

 

 

Ecco che si mette in mezzo il Vaticano. Che tempismo. Ma li vogliamo celebrare come si deve questi 150 anni dell’unità d’Italia? Due parole: Porta Pia. Roba che fece rodere il culo alla Chiesa per decine di anni, almeno fino ai Patti Lateranensi. I bersaglieri varcarono la breccia di Porta Pia assieme a un cane che trainava un carretto con bibbie protestanti. Il cane era chiamato Pio Nono. Ragazzi, la gente di un secolo e mezzo fà ci darebbe degli EPIC WIN a mani basse. Riflettiamoci

 

 

La presa di Roma, nota anche come la breccia di Porta Pia, sancì la liberazione della capitale dal potere dello Stato Pontificio.

Il 20 settembre era festa nazionale e fu abolita da Mussolini con i Patti Lateranensi.

“Preti alla vanga” (Giuseppe Garibaldi)