kifaya:

“Tra la piazza e il cimitero le case sono abitate. Sulla strada è vietato passare, ma non è vietato agli ertani abitare in quella zona, dove si asserisce esservi pericolo. Non è vietato celebrare le funzioni religiosa nella chiesa situata dentro il perimetro franoso. Ricercare una logica negli avvenimenti del Vajont, di prima, di dopo, di adesso, è come cercare un ago in un pagliaio. Il giorno prima della tragedia si era imposto agli ertani di sfollare le bestie dalla zona del Toc, ma non la gente. Adesso  si fa altrettanto: si blocca la strada, ma ci si può abitare sopra. Ben preso il cartello scompare. Arrivano i carabinieri e vanno difilato da un membro del “Comitato per Erto”. Siccome non ha peli sulla lingia è considerato il più “sovversivo” di tutti. Lo tirano fuori da casa e gli chiedono: “Chi è stato ad asportare il cartello?” Risponde rivolgendo alla forza pubblica un’altra domanda: “Chi è stato ad ammazzarmi la famiglia?”

Tina Merlin – Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont.

muliebre:

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Il 9 ottobre del 1963 una ondata, innescata dal crollo del monte Toc, superava la diga del Vajont e sterminava 2 mila persone. Tina Merlin, morta nel dicembre del 1991, allora giovane cronista del quotidiano comunista l’Unità denunciò mesi prima del massacro, i possibili pericoli, compreso il crollo di quel monte, e per quegli articoli fu denunciata per “diffusione di notizie false e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico”. Ma il Tribunale di Milano l’assolse ritenendo fondate le sue critiche. Tina Merlin aveva messo il classico dito nella piaga, era una variabile da eliminare o almeno da emarginare, liquidando i suoi articoli come “atti di sciacalleria dettati da furore ideologico”. Purtroppo per gli abitanti di quella valle, gli sciacalli erano altri e così il massacro annunciato si consumò, e la commozione e le inchieste arrivarono quando le bare erano già chiuse.
Tina Merlin, anche dopo quel 9 ottobre, continuò la sua battaglia per reclamare giustizia e verità per le vittime e per i loro familiari, ai quali per decenni è stato negato persino l’indennizzo, e la vicenda, a tutt’oggi, non si è ancora conclusa definitivamente.

(via tattoodoll)

diaphanee:
“ “Scrivo da un paese che non c’è più…”
Tina Merlin, 1963.
Esodo dopo la tragedia del Vajont.
”

diaphanee:

“Scrivo da un paese che non c’è più…”
Tina Merlin, 1963.
Esodo dopo la tragedia del Vajont.

marcommarco:
“ Vajont, 9 ottobre 1963
”

“Un sasso e’ caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua é traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri ed il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi”.”

— Dino Buzzati, Corriere della Sera, 10/10/1963 (via lacris297)

julia-geiser:
“ © Julia Geiser for CALAMITA/À, Investigations and Researches on the Vajont Territories
”