Kubrick e la demenza delle élite americane – Come Don Chisciotte

L’Armageddon si sta avvicinando e vale la pena citare Lincon che affermava che «la fine degli Stati Uniti non potrà che avvenire mediante suicidio». Questo suicidio è cominciato con la guerra civile nel corso della quale morì il 2% degli americani e mise fine alla grande cultura nordamericana (scriverò un giorno sull’argomento), quella degli Edgar Poe, Melville, Thoreau, ma anche quella dei Thomas Cole e degli Albert Bierstadt (riscoprite questi pittori, Cole in particolare dipingeva la degenerazione degli imperi). In quello stesso periodo un certo Jules Verne descrive questa mostruosa violenza nel suo libro Dalla terra alla luna. Cito il maestro (Il Gun-Club, capitolo uno): «Sappiamo con quale energia si sviluppa l’istinto militare in questi popoli di armatori, di mercanti e di meccanici (…) Il primo che inventò un nuovo cannone si associò col primo che lo fuse e il primo che lo forò. Tale fu il nocciolo del Gun-Club. Un mese dopo la formazione, esso contava mille e ottocento trentatre membri effettivi e trentamila e cinquecento settantacinque membri corrispondenti». Questo per dire che né i neocon né Trump nascono dal nulla. Abbiamo a che fare con un paese di pazzi che adora le armi e massacra per puro divertimento. Bisonti, russi e cinesi sono avvertiti. In America, il genocidio indiano fu uno sport, come la caccia di schiavi che Dickens descrisse inorridito nelle sue cronache americane. Tutti conoscono il dottor Stranamore e hanno visto Eyes Wide Shut. Scrivendo il mio libro su Kubrick ho notato una costante, generalmente trascurata, presente in tutta la sua opera: una critica radicale, sarcastica e costante delle élites.