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Ecco il rapporto: https://www.oxfamitalia.org/davos-2019/

Ecco il rapporto:

https://www.oxfamitalia.org/davos-2019/

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“In Polonia e in Ungheria la situazione dello Stato di diritto si è deteriorata e non è in linea con i valori e i trattati europei”.

Così ha appena affermato una risoluzione del Parlamento europeo che certifica il ritorno di un passato terrificante.

A guidare questi due Paesi sono partiti “sovranisti”, come va di moda chiamarli oggi:
Pis e Fidesz, formazioni politiche nazionaliste e di estrema destra guidate dai due Primi ministri Jarosław Kaczynski e Viktor Orbàn.

Il primo ha voluto una riforma della giustizia che pone la magistratura sotto il controllo del Governo e che impedisce ai giudici di valutare la legittimità o meno delle leggi, di fatto cancellando la separazione dei poteri.

Il secondo ha trasformato l’Ungheria in una vera e propria “democratura”, ossia un sistema democratico nell’apparenza, ma autoritario nella sostanza.
Come?
– approvando una legge che attribuisce al capo del governo il potere di nominare e licenziare i direttori di ogni teatro del Paese;
– istituendo un consiglio statale della cultura con il compito di orientare la produzione culturale;
– affidando la redazione dei libri scolastici al Centro statale dello sviluppo dell’istruzione, attraverso cui sono stati realizzati dei testi contenenti discorsi propagandistici di Orbàn sull’immigrazione, immagini di richiedenti asilo accampati nelle stazioni e così via;
– limitando la libertà di stampa attraverso il taglio delle pubblicità e facendo acquisire i giornali di opposizione da oligarchi a lui vicini per poi mandare la testata in liquidazione;
– istituendo tribunali speciali di nomina governativa che avranno competenze in merito al diritto di assemblea e di stampa stampa, ad appalti pubblici e alle elezioni.

Tutto dimostra che il sovranismo è una delle tante maschere del fascismo.

E che in 5 anni questi paesi sono passati dalla democrazia a quello che possiamo definire “un passo prima della dittatura”.

Senza olio di ricino.

Ma, considerati i tempi, per nulla meno pericoloso.

Più armi in Libia? Il ministro del Lussembugo spiega perché è anche colpa di Salvini
Un atto d’accusa vero e proprio che - purtroppo - è destinato a non emergere troppo perché meno facilmente comprensibili ai beoti che si eccitano solo quando si...

Più armi in Libia? Il ministro del Lussembugo spiega perché è anche colpa di Salvini

Un atto d’accusa vero e proprio che – purtroppo – è destinato a non emergere troppo perché meno facilmente comprensibili ai beoti che si eccitano solo quando si parla male di migranti, musulmani, che credono alle stupidaggini su Bibbiano mentre chi è il vero anti-Italiano è quello che parla di patria con la stessa enfasi con la quale voleva l’indipendenza della Padania e pensava che i napoletani fossero colerosi (per questo condannato)

Ora si scopre che se in Libia ci sono molte più armi la colpa è anche di Salvini: “L’operazione Sophia è stata demolita e abbandonata sotto il signor Salvini, ma Salvini non c’è più”.
 Lo ha ricordato oggi a Bruxelles il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn, rispondendo ai giornalisti al suo arrivo al Consiglio Affari esteri dell’Ue.

Asselborn fu protagonista di uno scontro con Capitan Nutella che il leghista rese pubblico per la solita propaganda, visto che in quel periodo voleva affermare la figura del ‘macho’ che si faceva rispettare in Europa.
L’operazione aeronavale Sophia aveva, tra l’altro la missione di controllare il rispetto dell’embargo sull’invio di armi in Libia, ma l’ex ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini l’ha fatta sospendere per via dell’obbligo di sbarcare in Italia i migranti eventualmente salvati in mare dalle navi partecipanti

“Il Lussemburgo – ha aggiunto Asselborn – non ha navi da inviare nella regione, ma noi, un piccolo paese, abbiamo pagato per gli aerei che hanno partecipato alla missione di sorveglianza”.
Il ministro lussemburghese ha poi sottolineato: “Non possiamo dire che la situazione nei campi in Libia è catastrofica e poi mandare la gente in quei campi”….

globalist

Le ragazze in foto si chiamano Margherita ed Elena.
Hanno 18 e 17 anni, frequentano entrambe il liceo, partecipano alle attività di un collettivo studentesco, ma soprattutto possiedono una caratteristica che, oggi, è sempre più rara: la capacità di...

Le ragazze in foto si chiamano Margherita ed Elena.
Hanno 18 e 17 anni, frequentano entrambe il liceo, partecipano alle attività di un collettivo studentesco, ma soprattutto possiedono una caratteristica che, oggi, è sempre più rara: la capacità di provare solidarietà verso il prossimo e di tremare d’indignazione di fronte alle ingiustizie del nostro tempo.

Ed è per questo che, il 16 ottobre scorso, non ci hanno pensato due volte a scendere in piazza, a Prato, al fianco di 21 operai, il cui lavoro, ormai da mesi, non veniva retribuito dalla loro azienda.
Loro, che lavoratrici nemmeno lo sono, conoscono l’importanza di avere un reddito: vengono da famiglie umili – il padre di Margherita fa l’elettricista – e sono consapevoli dei sacrifici che il lavoro comporta.

Un atto di solidarietà, quello di Margherita ed Elena, che, però, è stato punito.
Con 4.000 euro di multa.
E la stessa sorte è toccata anche a quei 21 operai che da mesi non ricevevano lo stipendio.
Perché? Perché con quella manifestazione hanno creato “dei problemi di traffico”, violando il decreto sicurezza di Matteo Salvini.

“E allora – si chiede oggi Margherita in un’intervista su la Repubblica – la solidarietà è diventata un reato? Serve un’autorizzazione per esprimerla? È davvero questo il mondo che vogliamo?”
Un mondo in cui se salvi vite umane in mare vieni sanzionato per centinaia di migliaia di euro?
Un mondo in cui se scendi in piazza con degli operai, contro un’ingiustizia, devi aver paura di non essere multato?
Un mondo in cui la solidarietà è una colpa e in cui a vigere è la legge dell’homo homini lupus?

Ieri, Margherita ed Elena son tornate in piazza, sempre a Prato. Questa volta a manifestare non erano in 21, ma in centinaia e in centinaia.
C’è un’Italia che non si rassegna.

L’Italia di Margherita.
L’Italia di Elena.

Katy La Torre

“Lo fai a casa tua”.
A casa tua.
Capite? L’importante è non sporcare il buon nome della Rai e di Sanremo con questa robaccia immonda.
Ma, se lo fai a casa tua, se evochi ed esalti stupri, violenze, sequestri tra le mura domestiche, allora quello va...

“Lo fai a casa tua”.
A casa tua.
Capite? L’importante è non sporcare il buon nome della Rai e di Sanremo con questa robaccia immonda.
Ma, se lo fai a casa tua, se evochi ed esalti stupri, violenze, sequestri tra le mura domestiche, allora quello va bene.

E pazienza se quella “casa” è esattamente il luogo dove si consuma l’80% di quell’orrore. A lui, a quello che porta sul palco una bambola gonfiabile chiamandola Boldrini, a colui che mette alla gogna ragazze minorenni che osano criticarlo, che chiama il femminismo “business organizzato”, al leader del partito del decreto Pillon, questo non interessa.

Salviamo Sanremo da questo scempio.
E poi salviamo il Paese dal salvinismo.

Lorenzo Tosa